Israele/Palestina. Tra cinema e realtà: Un’altra musica era possibile

Tra film e realtà, la vita del popolo palestinese, già durissima, ora si è trasformata in un inferno. I governi di una delle peggiori destre ultra reazionarie del mondo hanno gettato la maschera rivelando la loro vera natura colonialista, segregazionista e razzista

Moni Ovadia * • 12/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 248 Viste

Non c’è limite alle vessazioni che i palestinesi subiscono

Il grande intellettuale palestinese Edward Said e Daniel Baremboim, celebre direttore d’orchestra e pianista, ebreo argentino, cittadino israeliano dettero vita nel 1999 al workshop musicale West-Eastern Divan Orchestra con l’intento di fare collaborare insieme musicisti israeliani, palestinesi e altri provenienti da diversi paesi arabi.

L’idea era quella di suscitare un incontro umano fra giovani appartenenti ai due mondi ostili facendoli collaborare in un ambito di scelta professionale, di vita e di arte che a dispetto delle diverse origini tutti praticavano con grande passione.

Il nobile intento era quello di dare un contributo all’uscita dal cul de sac di un conflitto ostinato e intricato nutrito da narrazioni mitiche, prima fra le quali quella del sionismo fanatizzato, ben lontano da quello delle origini, che si nutre di un essenzialismo totemico fondato su un libro di fede. Il generoso progetto dei due uomini di cultura non ha sortito gli effetti sperati.

L’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin da parte di un estremista ebreo era avvenuto quattro anni prima a Tel Aviv la sera del 4 novembre 1995, al termine di una manifestazione di appoggio agli accordi di pace Oslo. In questi giorni ci viene presentato, promosso non a caso da Amnesty International, il film Crescendo del regista israeliano Dror Zahavi residente in Germania, che ci introduce ad una tranche de vie del progetto Divan Orchestra.

È un film per tutti come si usa dire, costruito su dinamiche prevedibili in un alternanza di conflitti, conciliazioni reticenti, altri scontri e riconciliazioni più convinte. Sullo sfondo le brutalità dell’occupazione israeliana.

Una scena in particolare ci ferisce mostrando l’ottuso comportamento da sbirri di giovani militari israeliani di guardia ad un checkpoint. Nella trama delle prevedibili dinamiche si inserisce un filo di ordito straniante, il direttore d’orchestra che è stato scelto dalla fondazione che finanzia e patrocina il progetto, per creare l’orchestra, Il maestro Spork.

Spork è figlio di due criminali nazisti giustiziati prima che riuscissero a metteresti in salvo oltreoceano per mezzo dei canali clandestini della Rat Line e offre ai giovani musicisti configgenti il suo dramma personale per convincerli a lasciare da parte le ostilità.

E dopo travagli, liti, aggressività reciproca e momenti di dialogo, la musica compie il miracolo, il repertorio è pronto ci si può rilassare in attesa dell’agognato concerto per la pace. Ma l’imprevedibile per altro prevedibilissimo fa naufragare il sogno. In ogni dove si confrontino gruppi antagonisti ci sono le pecore bianche. La giovanissima cornista israeliana dello struggente sorriso infantile (Giulietta) è perdutamente innamorata del clarinettista palestinese ( Romeo ) e lui corrisponde il suo amore disperatamente.

Ma il diavolo ci mette la coda, «Giulietta» travolta dall’entusiasmo manda dei selfie con il suo Romeo palestinese a un’amica che subito le mostra ai genitori della musicista, i quali per sottrarla alla perdizione mandano lo zio a prenderla per riportarla a casa. Alla notizia i due giovani decidono di scappare per coronare il loro sogno d’amore.

Ma durante la fuga travolto da una vettura, il Romeo palestinese muore. Il Progetto sfuma, e nel finale vediamo i i musicisti palestinesi e israeliani all’aeroporto, separati da un vetro che attendono di ritornare da dove sono venuti.

Mentre attendono, il violino solista israeliano attraverso il vetro guarda commosso la sua collega palestinese e con l’archetto comincia a battere il tempo del Bolero di Ravel, uno ad uno tutti cominciano a suonare. La musica accende un bagliore di speranza.

Fin qui il film.

E la realtà? La realtà è cambiata, per il popolo palestinese, era durissima, ora si è trasformata in un inferno, i governi di una delle peggiori destre ultra reazionarie del mondo hanno gettato la maschera rivelando la loro vera natura colonialista, segregazionista e razzista.

Non c’è limite alle vessazioni che i palestinesi subiscono.

La cosiddetta «unica democrazia del Medio Oriente» nega la cittadinanza ai suoi cittadini non ebrei e fa vivere quelli dei territori che occupa illegalmente in regime di apartheid.

E per quanto attiene alla cultura, l’autorità israeliana boicotta ogni iniziativa palestinese in questo senso con l’intento di impedire ogni passo che sia una definizione dell’identità palestinese.

Ma non basta! Ogniqualvolta che qualche raro governo dichiara di volere riconoscere lo status nazionale alla Palestina, le istituzioni israeliane reagiscono come se venisse commesso un crimine contro Israele e gli ebrei. Ugualmente si comportano le dirigenze di molte comunità ebraiche, che cercano di impedire ogni manifestazione o convegno che parli di Palestina ricattando a destra e a manca con le loro insensate e strumentali accuse di antisemitismo.

A che titolo? Esiste un diritto sacrale che riguarda le genti, si chiama diritto all’autodeterminazione. Nessuno può vantare una titolarità a negare questo diritto. E certi ebrei, israeliani o no, dovrebbero saperlo bene.

* Fonte: Moni Ovadia, il manifesto

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