Gli scrittori baschi sono coscienti di scrivere in una lingua subordinata

Gli scrittori baschi sono coscienti di scrivere in una lingua subordinata

Uxue Alberdi Estibariz è nata a Elgoibar, Gipuzkoa (Paesi Baschi, Euskal Herria) nel 1984. Laureata in giornalismo è scrittrice e bertsolari (1). Ha collaborato con vari mezzi di comunicazione come redattrice e presentatrice radiofonica. Ha ricevuto due borse di studio per la scrittura dei suoi romanzi. Autrice del libro di racconti Aulki bat elurretan (Elkar, 2007) e Euli-giro (2013) e il romanzo Aulki-jokoa (Elgar, 2009), tradotta in spagnolo nel 2011 con il titolo El juego de las sillas. Ha ricevuto vari premi in concorsi di racconti e versi scritti. Ha scritto e tradotto anche libri per l’infanzia. Ha pubblicato vari articoli sul bertsolarismo e il femminismo.

 

Quando e come hai deciso di dedicarti alla scrittura?

Fin da bambina scrivevo versi e racconti. A 16 anni ho cominciato a pubblicare articoli di opinione in una rivista locale; a 18 anni scrivevo racconti per la radio vasca (Euskadi Irratia) e mi hanno premiato alcuni racconti; a 21 anni mi hanno dato una borsa di studio per scrivere il mio primo libro, Aulki bat elurretan. Da allora non ho smesso di scrivere. Quanto all’essere scrittrice, è una cosa che ti coglie di sorpresa: un giorno ti alzi e leggi nel giornale “Uxue Alberdi. Scrittrice”. Ci va un po’ per abituarsi a questa etichetta, pero scrivere è una cosa che mi nasce da dentro.

 

Sei anche bertsolari e per questo sei abituata a improvvisare. In che misura questo influisce nella tua scrittura, o si tratta di modalità differenti?

I processi creativi nella scrittura e nel bertsolarismo sono molto divergenti, quasi antagonisti, direi. Durante i periodi di scrittura intensa mi capita di notare una certa difficoltà nell’improvvisare bertsos, visto che le idee che mi vengono in mente sono normalmente troppo complicate e estese per poterle aggiustare adeguatamente alla metrica delle strofe. Al contrario, durante i periodi in cui ho molte performances ho bisogno di un periodo di acclimatazione per poter riprendere il polso della scrittura, perché la mente è abituata a cercar frasi brevi, concise, che il pubblico in generale possa captare al momento, un codice unificato facile da comprendere: immaginari comuni e referenze condivise, siano esse culturali, umoristiche, sociali, tematiche, linguistiche o visuali, che vadano tessendo legami tra qui improvvisa e il pubblico.

 

Approfondendo un po’ quello che è il processo creativo per quel che riguarda la letteratura scritta. Come scrivi?

Il processo creativo letterario cambia da un progetto all’altro. L’impulso iniziale non sempre arriva nella stessa maniera, a volte un’immagine o un personaggio, a volte un sentimento o un argomento più concreto. C’è qualcosa che mi dice che in questa immagine, in questo personaggio o in questo avvenimento potrebbe essere una storia, e allora comincio a tirare il filo, prendendo appunti, provando toni. Per esempio in questo momento sto scrivendo un romanzo basato sulla vita di una persona reale e per questo ho realizzato varie interviste con l’interessata, più di quaranta registrazioni. Adesso sto cercando di tradurre alla fiction tutto il materiale raccolto, convertendo questa persona in personaggio, mescolando le sue idee con le mie, fondendo i fatti reali con quelli immaginari, però in realtà ogni storia richiede un processo differente.

 

Se dovessi far riferimento alle influenze letterarie che hai ricevuto o che riconosci come tali, chi citeresti?

Per molti anni ho letto soprattutto racconti: Julio Cortazar, Antón Chéckov, Samanta Schweblin, Alice Munro, Eider Rodriguez… leggo molta letteratura basca visto anche che dirigo tre gruppi letterari nei quali lavoriamo con la letteratura scritta in euskera o tradotta in euskera e inoltre grazie al bertsolarismo ho sempre molto presente il linguaggio orale. Ho anche la gran fortuna di avere una madre libraia che mi procura tutti i libri che voglio. In questo momento sto leggendo più romanzi che racconti, tra le mani in questi giorni ho il romanzo Lili eta biok di Ramón Saizarbitoria.

 

Parliamo un po’ della tua opera pubblicata…

Ho pubblicato due libri di racconti (Aulki bat elurretan e Euli-giro) e un romanzo (Aulki-jokoa). Una decina di anni fa ho vissuto per un periodo in Svezia e in Aulki bat elurretan ho raccolto racconti che si svolgono in quel paese nordico. Avevo solo 20 anni e quel libro è stato il primo esercizio letterario serio. Ho avuto la fortuna di ricevere una borsa di studio per la scrittura del libro e la sua pubblicazione mi ha aperto parecchie porte nell’ambiente letterario basco. Successivamente ho pubblicato il romanzo Aulki-jokoa, un romanzo sull’amore, la guerra, la libertà, la ribellione, temi che sono dardi eterni che attraversano le vite degli abitanti di un piccolo paesino costiero di Euskal Herria. Una storia tessuta da tre voci femminili in diverse epoche della loro vita: infanzia, gioventù e vecchiaia. Una storia costruita sui sentimenti ma anche sulla dignità e il ruolo riparatore della memoria.

La mia ultima pubblicazione, Euli-giro, è un lavoro composto da nove racconti. Il titolo allude ad un ambiente inaridito ma quotidiano e descrive la sensazione di stranezza o di amarezza più o meno velata che percorre le storie. La tensione nelle relazioni familiari, la frustrazione, il pericolo, la morte o il tradimento si servono su un piatto piccolo, attraverso dettagli e piccoli gesti. Anche se quasi tutti i racconti partono dalla quotidianità, in questo libro ho rinunciato a una prospettiva più realista per immergermi gradualmente in piani narrativi simbolici, fantastici, magici con un tocco di surrealismo. In realtà questo gioco tra il reale e il fantastico ricorre nelle tre opere che ho scritto.

 

Scrivi in euskara (la lingua basca), in che misura ti segna la scelta di lingua?

Skive in euskara e dall’euskara e scrivo dal mio corpo, il corpo di una donna euskaldun (2). Queste sono le mie geografie e da lì parte il mio sguardo. La maggior parte delle mie storie sono ambientate nel mio paese e di conseguenza sono impregnate della nostra storia, dei nostri paesaggi, della nostra gente e dell’immaginario condiviso da tutti loro. Però le esperienze dei miei personaggi sono, per molti versi, anche universali. In definitiva il particolare e l’universale sono lo stesso, sono le particolarità che compongono l’universale.

Tutti gli scrittori baschi sono coscienti di scrivere in una lingua subordinata, però è la nostra lingua e siamo i soli al mondo a poter scrivere in euskara. La letteratura basca, o la facciamo noi, o non si fa.

 

Agganciandoci a quello che hai appena detto, in questo caso pertanto la relazione autori-produzione-lettori assume una importanza che si potrebbe definire vitale?

Per quello che riguarda la produzione, credo che ci siano molti autori diversi che scrivono in euskara e che lo fanno in maniera eccellente. Quanto ai lettori … come sempre ci piacerebbe che fossero di più, ma questo succede in qualunque lingua. Il futuro della letteratura basca è strettamente connesso al futuro dell’euskara e in questo futuro non solo contiamo con gli scrittori, i lettori e quelli che parlano l’idioma. Abbiamo bisogno di politiche a favore dell’euskara e non contro di essa come le stesse istituzioni tendono spesso a fare. Stiamo vivendo una grande colonizzazione culturale e la cosa peggiore è che molta gente non se ne rende neppure conto. Ci si parla di pace e convivenza, però in realtà ci vogliono annegare poco a poco. Essere parte di una nazione senza stato ci porta ad una subordinazione linguistica, culturale, identitaria, economica.

 

Come scrittrice ti senti parte di una generazione?

Mi sento parte di una generazione di donne scrittrice che hanno molto presente cosa significa doppia subordinazione, come basche e come donne, e che soffrono e lottano attraverso della loro attività letteraria. Vedo molto muscolo e talento intorno a me ed è un piacere scrivere insieme alle mie compagne.

 

*****

(1) Bertsolari: poeta improvvisatore, forma parte della letteratura orale ed è pratica molto antica e popolare nella società basca. Questo tipo di espressione si mantiene viva in varie parti del mondo. Nel caso basco l’uso della metrica è estremamente ricco e vario. Si improvvisa su un tema senza accompagnamento musicale, solo con la voce.  In Italia l’equivalente potrebbero essere i cantastorie.

 

(2) Euskaldun: chi conosce o parla euskara. In lingua basca non esiste il termine generico “basco” che è una denominazione “esterna” proveniente dal latino “vascorum”. Il termine euskaldun acquisisce significato solo quando si parla di chi conosce o parla euskara, pertanto non include i baschi che non la conoscono (definiti erdeldun, ovvero coloro che non parlano euskara ma altre lingue, non importa quale). La popolazione euskaldun attuale, stando a dati approssimativi, è di circa 850 mila persone (molti i giovani), su un totale di poco più di 2 milioni e mezzo di abitanti nel Paese Basco, “spagnolo” e “francese” e nell’antico Regno di Navarra.

 



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