Com’è lontana l’Europa

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A bordo aveva 600 persone. E si è allungato così il tragico elenco di chi, soprattutto donne e bambini, ha perso la vita in un tratto di mare di appena 70 miglia. Non sappiamo quanto abbia contato sull’intensificazione dei flussi verso Lampedusa la scelta di concedere permessi di soggiorno temporanei ai nuovi arrivati. Sappiamo però che la richiesta suicida di Berlusconi (sotto dettatura di Sarkozy) di “ristabilire temporaneamente controlli alle frontiere interne in caso di difficoltà  eccezionali” non è caduta nel vuoto. Sono passati pochi giorni dal vertice italo-francese e la Commissione Europea ha presentato la sua “riforma” di Schengen. Se dovesse essere approvata permetterà  a Francia, Svizzera e Austria e agli altri paesi di Schengen di ripristinare i controlli alle nostre frontiere in presenza di forti flussi di immigrati. Vorrà  dire essere un po’ fuori dall’Europa. Proprio quando ne avremmo maggiore bisogno.
La chiusura delle nostre frontiere ci condanna a dover trattenere persone arrivate con l’idea di andare altrove. L’Italia è oggi terra di transito dell’immigrazione clandestina molto più di quanto non fosse in passato. Per due motivi. Primo perché il nostro mercato del lavoro fatica a creare opportunità  di impiego: tra disoccupazione e cassa integrazione continuiamo ad avere più del 10% della forza lavoro disoccupata o sottoccupata. Secondo, oggi i flussi provengono in gran parte dall’Africa e hanno come destinazione preferita paesi con già  forti insediamenti di persone della stessa nazionalità , spesso parenti, amici o conterranei di chi arriva, come la Francia. Consapevole di questa forte immigrazione di transito, il nostro governo aveva deciso unilateralmente di rilasciare permessi provvisori agli immigrati irregolari, dando modo a questi ultimi di spostarsi in altri paesi dell’area di Schengen. Questa decisione ha creato un precedente: abbiamo incoraggiato nuovi sbarchi dalla Tunisia nell’aspettativa che nuovi permessi verranno, prima o poi, rilasciati. Insomma la perversa sequenza di scelte e richieste del nostro governo ci condanna ad avere al tempo stesso più sbarchi e più persone costrette a rimanere da noi, anziché poter raggiungere i loro familiari o trovare lavoro altrove in Europa. 
Non c’era nessuna ragione per cedere alle richieste di Sarzoky perché la chiusura di Schengen fa male anche all’Europa. L’Unione Europea non ha ancora un mercato unico del lavoro. Barriere linguistiche, culturali, ostacoli alla concorrenza basati sul mancato riconoscimento di competenze e titoli di studio acquisiti altrove riducono la mobilità  dei lavoratori all’interno dell’Unione. Questo permette che permangano divari molto forti fra paesi nei tassi di disoccupazione e nelle opportunità  di impiego. Se i disoccupati si spostassero dove c’è lavoro, il reddito pro-capite dei paesi dell’Unione aumenterebbe fortemente. Ma oggi solo un cittadino Ue su duecento cambia ogni anno paese di residenza per lavoro. La percentuale si alza a 7 su 100 nel caso di lavoratori immigrati. Se dovessimo ora richiudere le frontiere all’interno dell’Unione, questa già  scarsa mobilità  verrebbe ulteriormente compromessa. Comparando la mobilità  delle persone nei paesi che hanno aderito a Schengen con quella nei paesi che non lo hanno fatto negli anni 90, ci si rende conto che l’abolizione dei controlli alle frontiere interne ha portato a un incremento significativo (fino al 10 per cento in più) della mobilità  interna all’Unione. Introdurre delle eccezioni, seppur transitorie, a Schengen, è perciò un errore gravissimo in un momento in cui l’Europa deve tornare a crescere per affrontare la crisi del debito pubblico. Inoltre il superamento dei controlli alle frontiere comuni è stato in tutti questi anni un fatto molto importante nel creare una comune identità  europea. Questo senso di appartenenza è fondamentale per permettere un maggiore coordinamento fra paesi nel gestire risorse comuni, come l’ambiente e la sicurezza, e per far contare di più l’Europa su scala globale. 
L’opposizione in Italia ha tradizionalmente paura a parlare di immigrazione. E’ un tema che divide perché tra le sue file sono in molti a essere ideologicamente favorevoli a liberalizzare i flussi, ma dovrebbero anche esserci molti lavoratori poco qualificati che temono i costi fiscali dell’immigrazione, la competizione coi nuovi arrivati nell’accesso ai servizi sociali se non nel trovare lavoro. Molti flussi elettorali dal centrosinistra alla Lega sono proprio avvenuti sui temi dell’immigrazione. Per questo siamo nella situazione paradossale in cui il governo compie scelte suicide nella gestione dell’immigrazione e l’opposizione tace. Eppure l’immigrazione è un tema che oggi potrebbe dividere molto di più la maggioranza. E’ costretta a prendere atto del fatto che il problema può essere solo affrontato a livello europeo, un ministro della Lega ha dovuto, suo malgrado, chiedere ripetutamente e goffamente aiuto all’Europa. E’ una scelta inevitabile, ma densa di implicazioni perché toglie legittimità  a movimenti che vivono e vegetano proprio nel trovare facili capri espiatori all’interno del proprio paese. Non a caso ad opporsi a un coordinamento europeo delle politiche dell’immigrazione sono soprattutto i leader di partiti come i Veri Finlandesi, i Veri Tedeschi o la Lega dei (presumibilmente veri anche loro) Ticinesi. Sono gli stessi che ricordano ogni giorno ai seguaci della Lega che c’è sempre qualcuno più a Nord di loro che potrà , per usare un eufemismo (il termine impiegato nei comizi quando trattano dei nostri transfrontalieri è “topi”), guardarli dall’alto in basso.


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