Le mille voci non sopite di piazza Tahrir

IL CAIRO – Piazza Tahrir c’è. Venditori ambulanti costeggiano via Talaat Harb, chiusa al traffico. Tra i gruppetti di attivisti di ogni movimento si intrufolano carretti che vendono pannocchie, semi, dolci, latte e riso. Ma non è solo politica di strada. Nel pomeriggio di martedì decine di piccoli cortei dal centro del Cairo si sono diretti verso il simbolo della rivoluzione del 25 gennaio, tradita da militari e Fratelli musulmani. Centinaia di migliaia di persone hanno intenzione di passare la notte in piazza. «Finito il lavoro, ho raggiunto Tahrir», racconta Mohsen con gli occhi della dignità . «Dall’inizio delle rivolte non è cambiato abbastanza». La sentenza del processo a Mubarak e la candidatura di Ahmed Shafiq al ballottaggio hanno dato un colpo di grazia alle aspirazioni rivoluzionarie. Per questo le manifestazioni proseguiranno fino a venerdì, anche ad Alessandria, Zagazig e nella regione del Delta di Sharqiya.
Oggi l’intera città  del Cairo è bloccata. Hamdin Sabbahi e Aboul Fotuh guidano i cortei di via Mustafa Mohammed. «Pane, libertà  e giustizia sociale», urlano i giovani al seguito. Finalmente ci sono dei leader a rappresentare le loro richieste. «Non sono convinto della necessità  di un Consiglio presidenziale. Ma vorrei che le elezioni si tenessero di nuovo con l’esclusione di Ahmed Shafiq», dice Moustafa Bassiouni del comitato elettorale per Sabbahi. L’attivista fa riferimento alla riunione di lunedì tra il vincitore del primo turno, Mohammed Mursi, e i due candidati esclusi dal ballottaggio, Fotuh e Sabbahi. Si è parlato di una presidenza della Repubblica a tre: Mursi-Fotuh-Sabbahi. Forse l’ennesima manovra elettorale della Fratellanza? In realtà , Fotuh ha avanzato molte altre richieste a Mursi in cambio del sostegno al ballottaggio: una Costituente rappresentativa dell’intera società  civile egiziana e pressioni per l’esclusione di Shafiq al secondo turno. 
Anche i giovani del movimento di resistenza extra parlamentare, 6 Aprile, hanno attraversato via Talaat Harb gridando slogan contro l’esercito e Shafiq. Attendono la sentenza di appello della Corte costituzionale, prevista l’11 giugno, sull’ammissibilità  della candidatura di Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro nominato da Hosni Mubarak. «La legge contro gli ex del regime gli impedirebbe di partecipare al ballottaggio, ma dopo che ha ottenuto 5 milioni di voti è sempre più difficile escluderlo», ammette Ahmed Maher. D’altra parte, Khaled Ali, giovane candidato comunista, ha guidato i manifestanti verso piazza Tahrir dalla stazione di Ramses. «Sono qui perché non confondo socialismo con nazionalismo», racconta Mohammed Samir, attivista fuoriuscito dal Tagammu e guida dei comitati di quartiere per Khaled Ali.
Dal canto loro, i parlamentari liberali di Kutla (Blocco) e al-Wasat (Centro), Ziad el-Elaimi e Essam Sultan, hanno guidato fino a Tahrir i sostenitori di Amr Moussa e Baradei. «La sentenza Mubarak è politica e non la conclusione di un giusto processo», racconta Awatif, attivista liberale. Insieme a lei, molti rivoluzionari hanno accolto con enorme delusione le ultime decisioni del Consiglio Supremo delle Forze Armate e il risultato elettorale. «Temo che se Shafiq venisse eletto concederà  la grazia a Mubarak, per questo da sabato non sono uscita di casa, ma è venuto il momento di reagire», continua la giovane.
Anche il leader della Fratellanza Mohammed Mursi è atteso in piazza. I giovani del movimento islamista garantiscono il servizio d’ordine dalla fermata dei microbus di Abdel Moniem Riad all’ingresso a Tahrir. D’altra parte, gli attivisti pro Shafiq proseguono la campagna elettorale incuranti della piazza. «L’esito di una competizione democratica deve essere accettato», dice il giovane Moustafa della campagna per Shafiq. «Non ci facciamo intimidire e facciamo campagna elettorale casa per casa», continua il giovane. È stato invece rilasciato Alaa Abd el-Fatteh dopo una breve detenzione con l’accusa di aver incendiato il quartier generale di Shafiq in piazza Veni a Dokki. Nella giornata di martedì, in un contesto di grande tensione, il Consiglio supremo delle Forze armate, dopo un incontro con 18 partiti politici e membri indipendenti del Parlamento, ha annunciato l’emanazione di una nuova dichiarazione costituzionale sui poteri del presidente della Repubblica e sulla formazione dell’Assemblea Costituente. I lavori per la scrittura della nuova Costituzione sono bloccati da marzo, quando la componente liberale ha lasciato l’Assemblea in polemica con la maggioranza islamista. Infine, vanno a processo i 43 responsabili delle ong perquisite dall’esercito. La delusione per la fine della Rivoluzione, lascia spazio oggi ad un nuovo inizio. La piazza ha nuovi leader da seguire e un discorso politico da ricostruire.


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