Cigni neri e rivoluzioni

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Negli opulenti paesi industriali migliaia di giovani in strada gridano i loro sogni. E’ il ’68 degli studenti. Poi uno strano movimento proclama l’Earth Day, il giorno della Terra, e annuncia lotte di massa inedite in difesa della natura. Le donne decidono che è ora di esistere e il neo femminismo si spande nel mondo. In Italia esplode tangentopoli, finisce la Prima Repubblica. L’Occidente va di nuovo in guerra: Iugoslavia, Iraq, Afghanistan. Nel 1999 a Seattle compaiono i no global. Islamici e paesi arabi si svegliano e si agitano ma diventa chiaro solo quando crollano le Torri Gemelle. Emergono i Bric, paesi per anni «sottosviluppati». Stupore massimo quando crolla l’Unione Sovietica ed esplode la più grande crisi finanziaria dal ’29, che ancora attanaglia Stati Uniti e Europa. Si continua a ripetere che erano imprevedibili, «cigni neri» che si manifestano improvvisi. Non è così. Sono tutti eventi maturati nel tempo, sottovalutati. I pochi che li hanno intuiti sono stati ignorati o denigrati: catastrofisti, dilettanti, ideologhi… Il cambiamento arriva improvviso ma il movimento inizia ben prima. Non si vedono le crepe nell’edificio e quando crollano si aspetta soltanto di ricominciare. Non si danno risposte, non si fanno le riforme necessarie. Accumulo di bisogni e desideri, problemi. Chi dovrebbe capire è chiuso in un mondo fuori dal mondo dove tutti si sostengono e si rassicurano uno con l’altro. Oligarchie che non cercano un’informazione vera – dati, analisi, stato della società  – e non hanno esperienza diretta della vita che le popolazioni devono affrontare, dei loro bisogni e delle loro speranze. Incapaci di annusare quel che si muove, non vedono i danni delle politiche economiche e sociali che promuovono. Arroganza di ritenersi eterne. Nella crisi in corso la cecità  si ripete, nonostante la storia e l’aver vissuto la fine di un Impero in diretta: la seconda potenza mondiale in un attimo è crollata come un castello di carte per una folata. Immagini per me indelebili (per il manifesto ho seguito il cambiamento in Romania e Bulgaria dal 1989 al 1992, e prima Solidarnosc in Polonia). Gli economisti non cambiano idea e, passato il pericolo di fallimento e confortate da nuove protezioni, le banche ricominciano il loro gioco pericoloso (Nouriel Rubini, Stephen Mihm, «La crisi non è finita»). Si ignorano i conflitti in aumento per le politiche lacrime e sangue, la disoccupazione, il precariato, lo sfruttamento, la perdita di competenze, la fame, l’ingiustizia sociale e l’assenza di democrazia. Si negano le crisi ambientali gravissime ormai sotto gli occhi di tutti con prospettive ancora più drammatiche annunciate da rapporti scientifici, economici e geopolitici. Non si vuole vedere che sta finendo un ciclo storico. Non diverso doveva essere l’atteggiamento dei nobili francesi poco prima di salire su una carretta verso la ghigliottina.


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L’occasione della crisi

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    Da Ippocrate in poi, la crisi annuncia la rovina, o la convalescenza. Risuona un’unica invocazione: La Crescita! Però non occorre essere adepti della Decrescita per sentire che “la crescita” può voler dire cose diverse, e se ne volesse dire una sola, riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati, sarebbe impossibile e cieca. Eppure la crisi è la migliore, forse la sola, occasione per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere.

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