La Libertad è libera di tornare a casa

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Ha fatto bene il governo di Cristina Kirchner a non pagare la cauzione per la liberazione della Fragata Libertad. Mercoledì la nave scuola della Marina argentina ha finalmente lasciato il porto di Tema, in Ghana, dopo essere stata bloccata per due mesi dalla magistratura locale su istanza dei cosiddetti «Fondi Avvoltoi» (vedi il manifesto del 19/10/2012). Il 9 gennaio è previsto l’arrivo a Mar del Plata.
Le istanze del governo argentino di fronte al Tribunale internazionale del Mare di Amburgo hanno dato esito positivo, tanto da far dichiarare all’unanimità  l’illegalità  del sequestro. Lo scorso 2 ottobre i fondi di speculazione finanziaria Nml Capital Ltd., hold outs con sede nelle isole Cayman, avevano promosso un’azione legale chiedendo il sequestro della nave. Non è la prima volta. Dopo la crisi del 2001 che portò al fallimento dell’Argentina e alla fine di estenuanti trattative, si trovò un accordo con i possessori di buoni del tesoro per ristrutturare il debito sovrano e mettere fine al default. Al di fuori di questo accordo, gli hold outs hanno acquistato titoli argentini che non erano entrati nei diversi accordi (2005 e 2010) proposti dal governo. La grande maggioranza dei creditori, il 93%, accettò i termini. Alla fine, i pochi riluttanti che hanno rifiutato l’accordo sono rimasti con un pezzo di carta straccia in mano, poi venduto per nulla ai «fondi avvoltoi».
Il conflitto con gli «avvoltoi» ha portato alla ribalta internazionale la battaglia che l’Argentina affronta in diverse sedi per difendersi dagli attacchi speculativi. Importanti studi di avvocati e amicizie in punti nevralgici della finanza e della politica rendono questi attacchi molto insidiosi. Tre sentenze in queste ultime settimane si sono pronunciate contro le pretese degli «avvoltoi». Alla fine di novembre la Corte d’Appello di New York accoglieva il ricorso del governo argentino contro la sentenza del giudice Thomas Griesa che chiedeva il pagamento immediato del cento per cento più interessi dei titoli rimasti fuori dalla ristrutturazione. Martedì scorso, anche la magistratura del Belgio ha deciso di levare l’embargo sui conti diplomatici argentini, un’altra azione legale promossa dagli stessi «fondi avvoltoi» nell’agosto 2009. E ora, con la Fragata Libertad si chiude l’ennesimo contenzioso di questi fondi contro beni argentini all’estero.
Nell’attuale congiuntura di crisi economica internazionale, questi giochi d’azzardo mettono in crisi la stessa sovranità  dei paesi con difficoltà  economiche. Qualsiasi accordo raggiunto da uno Stato nazione in default, come in futuro potrebbe essere il caso della Grecia, diventerebbe vano se chi non entra nell’accordo per la ristrutturazione del debito ha poi più diritti di chi accetta i limiti della condizione fallimentare.
Nml Capital è specializzata nell’acquisto del debito di paesi sull’orlo del fallimento o falliti, per poi esigere un prezzo molto più alto. Il suo titolare, Paul Singer, lavora a Wall Street ed è stato vicino a Mitt Romney durante la campagna presidenziale. Sono ormai 10 anni che ha preso di mira l’Argentina per la caparbietà  con la quale ha risolto il default e messo da parte i principi proposti dagli organismi finanziari internazionali che l’avevano portata al fallimento. Nel 2004 ha cercato di mettere le mani su una ventina di proprietà , ad uso diplomatico, dell’Argentina a Washington. Nel 2008 ha tentato di agire sui depositi bancari argentini investiti negli Stati uniti e nel 2009 è riuscita a congelare i conti dell’ambasciata argentina e altri beni, compreso l’aereo presidenziale, il Tango 01.
Sono passati più di tre anni da quando il parlamento argentino, ad ampia maggioranza, ha approvato la legge che cerca di democratizzare il settore dei media, la Ley de medios. Il gruppo con più interessi economici nel settore ha intrapreso davanti alla magistratura ogni possibile istanza per bloccare o ritardare la sua applicazione. Il risultato è una guerra aperta per la sopravvivenza perché la nuova legge limita la proprietà  dei media per evitare il monopolio dell’informazione. Basti pensare che delle sue 300 radio, Clarà­n dovrà  rimanere al massimo con 24. È dunque comprensibile l’ostruzionismo dei diretti interessati. La Corte Suprema aveva stabilito che le leggi dello Stato dovevano essere applicate e non si poteva continuare a dilazionare con infinite misure cautelari, quindi ha stabilito il 7 dicembre (7D) come giorno limite, oltre il quale le diverse proprietà  del settore avrebbero dovuto adattarsi ai limiti imposti dalla legge. Clarà­n è il gruppo dominante, ci sono però altri come Telefé, Canal 9, Telecentro e le holdings Indalo e Vila-Manzano che devono adeguarsi alle nuove disposizioni in materia.
L’atteso 7D non è arrivato, la Corte d’Appello ha prolungato la misura cautelare. Pochi giorni dopo il giudice Horacio Alfonso ha respinto la richiesta di incostituzionalità  della legge, ma gli avvocati di Clarà­n hanno fatto ricorso e quindi nuove misure cautelari bloccano la legge. Fino a quando? Il governo ha chiesto più volte alla magistratura di accelerare i tempi per rendere vigente una norma che attende da ormai tre anni. Ora si è rivolta alla Corte Suprema sollecitando il per saltum, cioè la necessità  che, data l’importanza della norma, il massimo tribunale accetti di esaminare il caso ora, evitando il susseguirsi degli appelli. E si arriva all’assurdo, il Clarà­n promuove una campagna a favore della libertà  di stampa nascondendo che proprio il suo monopolio è il primo pericolo alla pluralità  di voci. In ogni modo il governo non mollerà  e la disperazione del Clarà­n si legge quotidianamente nelle sue pagine. Ogni attività  del governo, ogni evento, ogni proposta è presentata come falsa, sbagliata e da ripudiare. Ma molti ci credono.
Al di là  di queste difficoltà  il governo di Cristina Kirchner con una serie di misure protezioniste è riuscito a attenuare gli effetti della crisi globale. Il Pil argentino è tra i più alti del mondo. Secondo la Banca Mondiale nel 2010 ha registrato un incremento del 9,2 e nel 2011 dell’8,9%. Una crescita che ora rallenta di fronte alla crisi globale. Il Fondo Monetario internazionale prevede per questo 2012 una crescita di solo il 2,6% e di una ripresa nel 2013 del 4,4%. Parola dell’Fmi, nemico giurato del paese. Dopo il fallimento del 2001 l’Argentina ha disatteso tutte le sue “raccomandazioni”, però con ottimi risultati. Come dice l’economista Aldo Ferrer, ora ambasciatore in Francia: «Non possono sopportare che esista lo Stato».
Sì, i Kirchner, stanno riprendendo il ruolo dello Stato e recuperando la sovranità , una lunga marcia dopo le deregulation e le privatizzazioni neoliberiste. Ha regolato l’attività  della Borsa e creato un’agenzia di rating con esperti di ogni settore per contrastare Moody’s che continua a declassare. Ora però il principale nemico dell’economia è l’inflazione, dovuta all’aumento di consumi, salari e pensioni, ma anche alla poca credibilità  che hanno le stime degli indici economici che fornisce il governo. Certo, in molti settori si può fare meglio.
Per i Kirchner la difesa dei diritti umani va di pari passo alla redistribuzione delle ricchezze e la diminuzione della povertà . Certo, i ceti alti e medi non sono i privilegiati ed esprimono il malcontento: mercoledì scorso una coalizione impossibile di opposti oppositori ha manifestato in Plaza de Mayo chiedendo maggiore sicurezza, liberalizzazione dei cambi e misure anti-inflazione. Ora in Argentina non è facile acquistare dollari e questo irrita fortemente.
Intanto, i processi contro i responsabili dei crimini durante la dittatura vanno avanti: a fine novembre si è aperto il «Nuremberg argentino», la mega-causa per la scomparsa di 789 vittime della dittatura del famigerato campo di concentramento dell’Esma, oggi Museo della memoria. Giovedì Jaime Smart, ex ministro durante la dittatura è stato condannato anche lui all’ergastolo per crimini contro l’umanità . È il primo civile che riceve una simile condanna. A conferma della priorità  di queste politiche, il giudice spagnolo Baltasar Garzà³n, radiato dalla magistratura spagnola, si è trasferito a Buenos Aires per lavorare come consulente della Segreteria diritti umani.


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