Contratto a «tutele crescenti». Resta il nodo articolo 18

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ROMA — Più dettagliato e decisionista nella parte sulle semplificazioni burocratiche. Sommario sul capitolo dei piani di settore per creare occupazione. Cauto sulle nuove regole del mercato del lavoro. Le tre parti di quello che sarà il Jobs Act, il documento che la direzione del Pd approverà il 16 gennaio e che entro un mese diventerà un piano tecnico e successivamente un insieme di proposte di legge, sono per ora solo accennate. Offerte alla discussione, comprese le «polemiche» e le «resistenze» che lo stesso segretario Matteo Renzi non si nasconde ci saranno.
E questo nonostante la bozza diffusa ieri sera stia per esempio ben attenta a non citare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che regola i licenziamenti individuali. La norma non viene tirata direttamente in ballo, ma si conferma che il Pd vuole attivare un «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti». Un percorso tutto da costruire, ma il cui approdo sarebbe un contratto che in una prima fase (da uno a tre anni, secondo alcune ipotesi) lascia alle aziende una libertà sostanziale di licenziamento, una sorta di periodo di prova allungato. Il tutto bilanciato da uno sfoltimento della giungla contrattuale, limitando quindi le forme flessibili, e dalla previsione di un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro» esteso anche a chi «oggi non ne avrebbe diritto», con l’obbligo però di seguire un corso di formazione professionale.
La prima idea, quella del contratto a tutele progressive potrebbe incontrare il favore delle imprese e anche del centrodestra quanto più la libertà di licenziamento fosse ampia, ma in questo caso si scontrerebbe con l’opposizione della Cgil e della sinistra dello stesso Pd. Renzi dovrà quindi trovare un difficile equilibrio, se davvero vuole portare la proposta in Parlamento. La seconda idea, quella della riduzione dei contratti flessibili e dell’istituzione di un sussidio universale di disoccupazione si scontra invece con due ostacoli: le imprese che non vogliono rinunciare alla flessibilità e le risorse finanziarie necessarie a coprire l’erogazione del sussidio (quanto durerebbe? chi lo pagherebbe, le piccole aziende o la fiscalità generale?). Non piacerà alle imprese, e neppure a una parte del sindacato, la proposta di una legge sulla rappresentatività sindacale e sulla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle grandi aziende.
Proprio perché «polemiche e resistenze» saranno forti, Renzi sa che il dibattito e le fasi successive vanno chiusi rapidamente. E così indica l’obiettivo di un «codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti» in materia di lavoro da presentare «entro otto mesi». Del resto, che sia urgente intervenire è confermato dai dati diffusi ieri dall’Istat, che segnalano il record della disoccupazione dal 1977, con 3 milioni e 254mila persone in cerca di lavoro. La lunga crisi ha fatto perdere dal 2008 a oggi circa un milione e duecentomila occupati, facendo scendere ancora di più l’Italia nella classifica internazionale del tasso di occupazione. Nella fascia d’età fra i 20 e i 64 anni lavora meno del 60% della popolazione. In Germania circa il 77%, la media europea è di quasi il 70%. Ma Renzi, sa che «non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori». Chi governa, però, può creare le condizioni favorevoli. In questo senso il leader del Pd prospetta una «visione per i prossimi anni» e «piccoli interventi per i prossimi mesi».
La «visione» è tutta nel senso di cogliere le opportunità della globalizzazione valorizzando le potenzialità dell’Italia, grande economia di trasformazione e Paese che può essere molto attrattivo sia di investimenti che di turisti. Gli «interventi» sono tutti da verificare. Quelli sulla burocrazia sono i più dettagliati e vi si riconosce il piglio decisionista del sindaco Renzi. Per esempio, quando dice che le procedure in materia di spesa pubblica e beni demaniali vanno semplificate «sul modello che vale oggi per gli interventi militari», eliminando tra l’altro anche il potere dei Tar di sospendere gli atti. Resistenze arriveranno sicuramente sulle proposte di togliere l’obbligo per le imprese di iscriversi alle Camere di commercio e di cancellare i contratti a tempo indeterminato per i dirigenti pubblici.
Delicate le misure prospettate in campo fiscale, a partire dall’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie per coprire un taglio del 10% dell’Irap sulle aziende. Scarse le informazioni sulle misure direttamente orientate alla creazione di posti di lavoro. Per ora si indicano sette «piani industriali» in altrettanti settori dell’economia, dal made in Italy al Nuovo Welfare. Un ritorno alla politica industriale o alla programmazione?
Enrico Marro


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