Redistribuzione e infrastrutture, per il 2015 Obama si scopre di sinistra

Redistribuzione e infrastrutture, per il 2015 Obama si scopre di sinistra

Basta tagli, è l’ora di ricominciare a usare la finanza pubblica come stumento per la redistribuzione. Lo scontro sulla politica economica americana è sempre lo stesso: tassazione progressiva e spesa pubblica contro taglio delle tasse e della spesa. E si ripropone a ogni passaggio cruciale, che si tratti di elezioni o di scadenze istituzionali. Come la presentazione del budget del 2015 da parte del presidente in una scuola elementare. Questo è l’anno delle elezioni di mezzo termine, molto a rischio per i democratici, e alla Casa Bianca hanno pensato anche questo mentre redigevano la proposta di bilancio per l’anno che verrà.

L’idea di Obama è del suo team economico è quella di mettere dei soldi nelle fasce più basse di reddito – che dal 2008 in poi, ma a dire il vero da diversi decenni, tendono a detenere una fetta più piccola dell’economia. Non è un mistero che la crisi economica e finanziaria ha funzionato come un enorme strumento di redistribuzione verso l’alto: chi ha grandi pacchetti azionari è diventato più ricco, chi vive del proprio lavoro, anche un piccolo business, ed ha come unico strumento finanziario in mano il programma pensionistico individuale, ha perso ricchezza.

La proposta del presidente contiene quindi l’idea di espandere alcuni crediti fiscali per i lavoratori che sono sotto la soglia di povertà (più di 13 milioni) cercando i soldi in alcuni buchi che il sistema fiscale americano lascia aperti e che consentono ai redditi più alti di non pagare le tasse su una parte delle loro ricchezze. Tra questi buchi ce ne sono alcuni approvati negli anni di Clinton, quando alla Camera la maggioranza repubblicana era guidata da Newt Gingrich. Questi buchi consentono a chi guadagna grazie ai capital gain di vedere il proprio reddito tassato al 20% contro il 40% se quella ricchezza fosse tassata normalmente. Nel complesso si tratterà di una spesa aggiuntiva di 60 miliardi, lo 0,2% in più rispetto all’anno in corso. Quasi nessun aumento della spesa quindi, ma solo un modo diverso e leggermente redistributivo di modulare la pressione fiscale.

Obama chiede al Congresso anche di spendere dei soldi in infrastrutture per creare un poco di lavoro – il settore pubblico è quello che ha tenuto in piedi il mercato del lavoro negli anni più bui della crisi, ma dal 2010 in poi perde occupazione – e per ammodernare una rete infrastrutturale che è vecchia e decadente: le strade, i ponti, le ferrovie risalgono agli anni in cui fare grandi investimenti pubblici era sensato anche per i repubblicani, la rete autostradale, l’interstate highway system, la volle Eisenhower.

Tra le altre cose che Obama propone anche una serie di benefici fiscali per i genitori che investono nel college dei loro figli (in America l’idea è quella dell’investimento, che tra l’altro costa sempre di più) e per le spese sostenute per l’asilo. Tutte forme indirette di sostegno al welfare alla maniera americana, ovvero servizi comprati sul mercato e non garantiti dal pubblico, ma comunque forme di welfare.

I repubblicani hanno già presentato una loro idea, che contiene qualche sgravio per i più poveri. E hanno già fatto sapere di essere contrari all’ipotesi del presidente. Il budget insomma diventerà l’ennesimo terreno di battaglia tra la maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti e la Casa Bianca. Non potrebbe essere altrimenti. A novembre si vota e la discussione sul budget può essere lo strumento attraverso cui ciascun partito comincia la campagna elettorale. La scommessa di Obama è semplice: lasciare il segno dal punto di vista delle politiche educative e contro la povertà e impostare la campagna elettorale usando un tono populista. Alle elezioni di mezzo termine vota infatti molta poca gente e per i partiti un aspetto cruciale è galvanizzare la propria base, portarla a votare. Nel 2010 i repubblicani stravinsero grazie alla mobilitazione dei Tea Party, fomentati da una crociata contro la riforma sanitaria. Quest’anno il tentativo democratico è di dare slancio ai propri candidati impostando il discorso sui benefici da dare a lavoratori e middle class nella speranza che questi decidano di andare a votare.


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