Anche Deu­tsche Bank è una cassaforte virtuale

Germania. L’istituto di Francoforte custodisce il più elevato numero di derivati al mondo: 55.605 miliardi di euro, venti volte il Pil

Sebastiano Canetta, il manifesto redazione • 17/7/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 987 Viste

Espo­sta ben più della Gre­cia e almeno altret­tanto abile a masche­rare i conti.
Al con­tra­rio di Atene però, Deu­tsche Bank non sem­bra un pro­blema poli­tico né una prio­rità finan­zia­ria per Ber­lino, dove si squa­der­nano i bilanci ma solo degli altri.

Basta far finta di dimen­ti­care che la «cas­sa­forte» tede­sca custo­di­sce il più ele­vato numero di deri­vati al mondo (55.605 miliardi di euro, cifra che equi­vale a venti volte il Pil della Ger­ma­nia), paga san­zioni per ope­ra­zioni non pro­prio da manuale e, infine, risulta tra i mag­giori finan­zia­tori per­fino del Bundestag.

Fun­zio­ne­rebbe, se solo i radar più potenti la smet­tes­sero di seguire tutte, ma pro­prio tutte, le «scie» della più impor­tante banca del Paese.
Le noie per l’istituto di Fran­co­forte non sono certo finite con la maxi-sanzione di aprile: 2,5 miliardi di euro da pagare alle auto­rità di con­trollo di Stati Uniti e Gran Bre­ta­gna per la mani­po­la­zione dell’indice ban­ca­rio Libor. Una ferita ancora aperta che com­porta il dimez­za­mento degli utili pre­vi­sti per il 2015 e si aggiunge ai 720 milioni già «girati» all’Antitrust euro­peo tre anni fa.

In più, c’è l’indagine ancora in corso sul rici­clag­gio in Rus­sia di circa 5,3 miliardi di euro: secondo il Dipar­ti­mento ser­vizi finan­ziari degli Usa sareb­bero tran­si­tati per la banca tede­sca, sotto forma di rubli, tra il 2011 e il 2015.
Non sono gli unici casi che atti­rano l’attenzione sull’istituto gui­dato da Anshu Jain e Jür­gen Fitschen, ammi­ni­stra­tori dele­gati del gruppo tra i mag­giori movi­men­ta­tori di valuta a livello globale.

A novem­bre dell’anno scorso il noti­zia­rio Tages­schau ipo­tiz­zava che Deu­tsche Bank avesse «dirot­tato» attra­verso il Lus­sem­burgo buona parte dei pro­fitti rea­liz­zati in Ger­ma­nia, Ita­lia, Fran­cia e Polo­nia che sareb­bero finiti nei Paesi off shore elu­dendo la tas­sa­zione europea.

Solo uno dei tanti incon­ve­nienti per la banca con sede nelle Twin Towers di Fran­co­forte che vanta come mag­giore azio­ni­sta l’onnipresente fondo Black Rock. Si appaia ai 55 milioni di dol­lari già impie­gati per risol­vere il con­ten­zioso con gli ame­ri­cani della Secu­rity and exchange com­mis­sion (Sec) che hanno accu­sato Deu­tsche Bank di avere «tra­vi­sato» il valore dei deri­vati all’apice della crisi finan­zia­ria ren­dendo «dichia­ra­zioni ine­satte sulla loro reale situa­zione di rischio».

Per la Sec, in buona sostanza, di vera­mente «coperto» c’era giu­sto il 9% dei 98 miliardi di dol­lari inve­stiti dall’istituto nei più incon­trol­la­bili vet­tori finan­ziari. Stru­menti deci­sa­mente più peri­co­losi del default greco in cui il sistema ban­ca­rio tede­sco rischia di bru­ciare «appena» 4,6 miliardi di euro e dove Deu­tsche Bank (adesso) è espo­sta sol­tanto per 300 milioni, cioè 100 in meno di Com­merz­bank, come cer­ti­fica il Bdb, l’associazione delle ban­che tedesche.

Ine­zie se para­go­nate alla «bomba a oro­lo­ge­ria» dei deri­vati già nella pan­cia del gigante del cre­dito oppure ai danni, sem­pre poco noti­ziati dai media, nello svi­luppo delle eco­no­mie «emer­genti» con i finan­zia­menti alle imprese più distrut­tive del pianeta.

Dalle aziende che minac­ciano l’ecosistema delle tigri in India, agli estrat­tori sel­vaggi di olio di palma in Male­sia che con­tri­bui­scono a defo­liare ciò che rimane della fore­sta plu­viale (come denun­cia l’ong Rain­fo­rest Rescue) fino al sup­porto dei fondi d’investimento agri­coli che maci­nano utili gra­zie al land-grabbing.

Ope­ra­zioni tos­si­che soprat­tutto per l’ambiente tanto che due anni fa Deu­tsche Bank ha «vinto» il «Black Pla­net Award», bol­lino nero che la Fon­da­zione Ethe­con incolla a chi finan­zia la distru­zione della Terra.
Spon­so­riz­za­zioni diver­sa­mente bril­lanti rispetto alle decine di milioni di euro inve­stiti in sport, cul­tura e terzo set­tore: dalla Filar­mo­nica di Ber­lino ai Gio­chi olim­pici, pas­sando per il golf e il basket e, in Ita­lia, per San Patri­gnano e i ciel­lini della Fon­da­zione Banco ali­men­tare di cui Deu­tsche Bank è il «costrut­tore» del social-bond.

Asset sus­si­diari al core busi­ness, più che stra­te­gici per l’istituto tede­sco che nel 2014 ha incas­sato 1.691 miliardi di euro di pro­fitti, impie­gato 98 mila dipen­denti in oltre 70 Stati e ormai rap­pre­senta il 21% dell’intero mer­cato mon­diale del credito.

Fon­da­men­tali, almeno quanto i ver­sa­menti nelle casse dei par­titi tede­schi: dal 2000 al 2009 Deu­tsche Bank ha «donato» più di 4,4 milioni di euro al Bun­de­stag esclu­dendo dalla lista dei bene­fat­tori solo i comu­ni­sti della Linke.

Il 60% degli stan­zia­menti è andato nelle casse della Cdu, il 25% ai libe­rali dell’Fdp, il resto a Spd e Verdi.
Forse è per que­sto che nella Repub­blica fede­rale si fatica a parlarne.

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