Il premier Wen tra gli operai migranti: «Il lavoro è glorioso»

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Lo ha fatto lunedì, durante una visita a un cantiere per la metropolitana di Pechino, dove a prevalere erano i lavoratori migranti. Nessun riferimento diretto a quanto sta accadendo in varie fabbriche del paese, soprattutto nel Guangdong, ma le parole vengono lette da tutti sullo sfondo di questi eclatanti episodi di lotte e rivendicazioni che non cessano e si rinnovano. «La nostra ricchezza e i nostri alti edifici sono il distillato del vostro duro lavoro e del vostro sudore» ha riconosciuto il premier. «Il vostro lavoro è glorioso e dovrebbe essere rispettato dalla società » e, ha aggiunto, «il governo e tutta la società  dovrebbero trattare i giovani lavoratori migranti come trattano i propri figli».
Un intervento che, per toni e linguaggio, riconferma la figura di «nonno Wen», paternalista e populista, vicina alle classi svantaggiate, che il premier ha coltivato da quando ha assunto la sua carica, cercando di mantenere il precario equilibrio tra una realtà  di diseguaglianze economiche e sociali sempre più vaste, nella quale i migranti portano il peso più insopportabile, e gli enunciati di «società  armoniosa». E infatti quel che il premier ha promesso è stato solo di migliorare la condizione nelle campagne, con la costruzione di scuole e ospedali, così che i lavoratori migranti non debbano preoccuparsi di chi resta a casa.
Ma i giovani operai che nelle ultime settimane hanno scioperato nel Guangdong, a Shanghai, a Xian, a Kushan o nell’Henan, a casa, in campagna, non ci vogliono tornare. Vogliono, qui e ora, salari migliori e una vita meno agra. Vogliono rispetto non come figli, ma come cittadini a pieno titolo, e tali potranno diventare solo quando anche a loro sarà  dato un hukou urbano, il documento che attribuisce ai migranti diritti pari a quelli dei residenti delle città . Per ora sui loro documenti c’è scritto che sono cinesi di serie B e come tali vengono trattati.
Anche tutto questo c’è nella determinazione dei 1400 operai della Honda Lock di Zhongshan che continuano a battersi. Ieri sono tutti tornati in fabbrica, dopo una settimana di sciopero, ma la vertenza non è finita. Il prossimo appuntamento è per venerdì, giorno in cui la direzione ha promesso di presentare la sua nuova offerta. Quella precedente, 100 yuan di aumento sul salario di base, (che così arriverebbe a 1000 yuan) e 100 yuan di aumento per le indennità  (fino a 300 yuan) è stata definita dai lavoratori «un’elemosina». Gli operai chiedono aumenti del salario fino a 1600 yuan (1 yuan è pari circa a 8,2 euro), paragonabili a quelli dati alla Honda di Foshan, la fabbrica di pezzi di ricambio che ha dato il via a questa ultima ondata di scioperi, diventata la più clamorosa degli ultimi anni per la capacità  di organizzazione degli operai e per il «contagio» rapidamente diffusosi anche delle modalità  di lotta e contrattazione, nonostante il governo abbia imposto ai media un black out sugli ultimi sviluppi della situazione. Gli operai pretendono che al tavolo delle trattative vi siano rappresentanti eletti da loro, e non le marionette del sindacato ufficiale, legate a doppio filo con la dirigenza della fabbrica e le autorità  locali.
La preoccupazione di Wen Jiabao è reale e il suo intervento fa capire che il sommo vertice del paese osserva da vicino gli eventi, che prima o poi dovranno essere arginati. Tra gli ultimi sviluppi, anche il ritorno alla carica della Afl-Cio, la grande confederazione sindacale Usa, che chiederà  al presidente Barack Obama di aprire un’inchiesta per capire se la Cina non ricavi un vantaggio commerciale scorretto dalla negazione dei diritti dei lavoratori.


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