Quei precari del belcanto che fanno vivere Spoleto

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SPOLETO – «Ecco, noi gerarchicamente veniamo dopo questa buca qui nell’asfalto». La ghiaia crocchia sotto le scarpe nel cortile del duecentesco e malmesso ex convento di Santa Maria della Stella, una vera città  nella città . «Qui è tutto provvisorio», sembra scusarsi il direttore Claudio Lepore, «questa sede è in prestito, in attesa del restauro della nostra, in centro, terremotata dal ’97». Forse invece è un moto d’orgoglio, il suo. In fondo è il provvisorio, in Italia, che ha dimostrato di saper resistere meglio dello stabile ai colpi del destino e all’indifferenza dei governi. E il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, la scuola da cui è uscito pressoché tutto il bel canto italico dell’ultimo mezzo secolo, resiste, provvisorio e solidissimo, da 64 anni. Per questo, anche se il governo ha ripristinato in extremis i fondi del Fus, il 27 marzo scorso la programmata manifestazione-concerto contro il “divieto di cultura” l’hanno fatta lo stesso. «La crisi non finisce mai, e noi non allentiamo la tensione». Di Spoleto tutti conoscono il Festival dei due mondi. Ma Gian Carlo Menotti scelse questa rocca umbra consigliato da Adriano Belli, avvocato e musicologo, che già  dieci anni prima, nel ’47, con le macerie della guerra ancora agli angoli delle strade, aveva radicato qui la sua utopia didattico-musicale: una scuola «per sperimentare la voce», un allevamento di ugole d’oro, un vivaio di soprani e tenori. Con pochi soldi, molto amore e la fantasia del direttore artistico Michelangelo Zurletti. In archivio c’è ancora il telegramma del giovanissimo ministro Andreotti che annuncia trionfante il primo finanziamento da 500 mila lire. Ogni anno, da allora, i corsi estivi terminano con una piccola intensissima stagione, a settembre, quattro opere e venti giorni di musica, allestimenti originali, sperimentali, controcorrente rispetto al faraonismo degli “stabili”. Costi minimi: il bilancio annuale del “Belli”, che è un’associazione culturale, è di un milione di euro, un ventesimo del costo di un grande ente lirico. Il 60% del bilancio è coperto dai contributi del Ministero, il resto dagli enti locali e da sponsor privati. Quando sembrava che il rubinetto stesse per chiudersi, dai palcoscenici di mezzo mondo gli ex allievi si erano allarmati e mobilitati: ci sono le firme di Renato Bruson, Ruggero Raimondi, Leo Nucci, Sonia Ganassi e di molti altri ancora in calce a un appello accorato al presidente della Repubblica, «il Belli non è un teatro “normale” è una formula, un segno di intelligenza della cultura italiana». «Siamo salvi grazie alla benzina, il che, lo capirà , è leggermente umiliante. Gli italiani pagano già  le tasse per il servizio cultura, perché devono pagarle due volte?». Lepore è uomo di teatro da decenni, ma non è teatrale. È un uomo pratico. «Siamo salvi e siamo contenti. Ma per quanto? Tra un mese cominceranno a discutere la prossima Finanziaria. Cosa ci sarà  scritto?». Un anno di emergenza magari si può anche affrontare. Due, tre, forse. La Fondazione Carispo ha fatto uno sforzo, ma il suo presidente Dario Pompili avverte: «Possiamo essere una toppa sul buco, ma non gli eterni tappabuchi». Lepore era già  pronto a ridurre la stagione, dimezzare le recite e le produzioni, diminuire le funzioni vitali, per evitare il collasso in attesa della rianimazione. Ma è proprio questo navigare a vista, spiega, che ci costa carissimo, che fa saltare i bilanci. «In Germania si programmano le stagioni con tre, quattro anni d’anticipo. Questo permette ai teatri di strappare cachet bassi anche ad artisti di grande fama, perché si offre loro una continuità . In Italia si programma sempre in affanno, all’ultimo momento, pagando care le ultime disponibilità  nell’agenda degli artisti. L’emergenza cronica è una vera e propria sovrattassa». Eppure si va avanti così da decenni. Un’emergenza strutturale, un’emergenza storica è ancora un’emergenza, o è una condanna perpetua? La sede “provvisoria” dello Sperimentale è un archivio straordinario, tutte le opere realizzate in oltre mezzo secolo sono su nastro, e quelle degli ultimi trent’anni anche su video. Ma qui lavorano solo cinque dipendenti, più il direttore. Dimezzati negli ultimi anni, per risparmiare più che si può. Sono gli unici “stabili” di un esercito di irregolari, i precari del bel canto, centinaia di musicisti, coristi, solisti che prima studiano gratis poi suonano pagati per poche settimane, «quelle appena sufficienti a garantirci la copertura assicurativa e previdenziale», spiega Ivano Granci, corista. Lo spettro dei tagli, per un centinaio di musicisti come lui, significa perdere anche questo, la sicurezza, la pensione. «Siamo i precari di un mondo precario, quello della cultura. Quando si lavora, prendiamo in media 45 euro al giorno lordi, quelli che un idraulico guadagna in un’ora. Ma per qualcuno devono essere ancora troppi. Ogni volta che si parla di finanziamenti alla cultura si capisce che, per questo Paese, chi lavora nello spettacolo non è un lavoratore vero, ma è uno che si diverte, quindi non ha bisogno di essere pagato». Era nato anche per questo, lo Sperimentale. «Per allevare artisti togliendoli dalle mani di impresari che li facevano sgolare, che li spremevano subito, senza lasciarli maturare, crescere, diventare grandi», spiega Lepore infervorandosi. Un’«alcova», un serraglio protetto, una riserva naturale per un patrimonio nazionale. Finché dura. Al telefono da Zurigo, dove è in scena col Simon Boccanegra, il baritono Leo Nucci quasi si commuove: «Ho debuttato a Spoleto 44 anni fa. Ora sono nonno e penso al futuro delle mie nipotine: potrebbero ancora avere l’opportunità  che ho avuto io?». Lo ha scritto di sua mano a Napolitano. Non è una questione dei tagli di un anno, è una questione di emergenza sempiterna. Racconta: «Tra i miei colleghi di stasera il tenore è italiano, il basso è italiano, il direttore è italiano. In questa città  svizzera, che non è Parigi o New York, canto in un teatro che fa 265 recite l’anno, un cartellone di 38 titoli di cui 14 produzioni, tutte piene di artisti italiani. Produciamo arte e la regaliamo al mondo. Ma se smettiamo, saranno tenori e baritoni dell’Est a cantare italiano. Questo paese fa leggi speciali per impedire che Alitalia e Parmalat cadano in mano a stranieri, ma non si muove per tenersi l’arte più italiana che c’è. Siamo dei pazzi».


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