“Ora prenderemo i complici di Mladic”

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BELGRADO – Sedici anni di latitanza pesano, e tanto. Ratko Mladic, l’uomo che ha mandato a morte oltre ottomila persone di Srebrenica, adesso non ce la fa più. A sentire la stampa serba, ha persino cercato di rifiutare le responsabilità  del genocidio, magari scaricandole sulle spalle di chi ha sparato materialmente o sui “mandanti” politici. «Siete stati voi a eleggere Slobodan Milosevic, non io», avrebbe detto ai giudici di Belgrado durante l’interrogatorio, secondo il quotidiano Blic. Nei racconti che filtrano dalla sede del Tribunale speciale, si rivela l’immagine di un vecchio confuso, capace di rallegrarsi con gli agenti che gli hanno messo le manette – «Bravi ragazzi, sono io l’uomo che cercate» – e di proporre loro una sosta per bere qualcosa in casa del cugino, prima del trasferimento dietro le sbarre.

Non è più il generale dallo sguardo d’acciaio, è un anziano di 69 anni che accoglie in cella moglie e figlio e appare «turbato, di umore instabile» e gli chiede: «Seppellitemi accanto a mia figlia». È ammalato, chiede di essere visitato, ma da medici russi, perché di quelli forniti dal governo non si fida. Accetta di essere giudicato all’Aja ma allo stesso tempo agli esterrefatti magistrati di Belgrado chiede gli arretrati della pensione, congelata dal 2005. Unico gesto di dignità , l’appello affidato all’avvocato, con cui chiede ai sostenitori di «non creare disordini», perché – riferisce il legale sfidando ogni senso del grottesco – «non vuole bagni di sangue».
Può darsi che l’appello sia frutto di un soprassalto d’umanità , o che sia invece prodotto dalla strategia della difesa. Ma non si sa se gli ultranazionalisti siano disposti a seguirlo. I radicali del partito SRS, orfani dell’altro inquisito dell’Aja, Vojslav Seselj, e oggi guidati da Dragan Todorovic (unico politico a visitare la famiglia Mladic) hanno chiamato i sostenitori a una grande manifestazione davanti al Parlamento serbo. L’appuntamento è per questa sera alle 19. Hanno accolto l’appello gli ultrà  di “1389”, il gruppuscolo che porta il nome della data di Kosovo Polje, battaglia simbolo del nazionalismo serbo. Verranno gli hooligan del tifo organizzato, serbatoio tradizionale dell’estremismo. Aderiscono anche i militanti di un gruppo semiclandestino come Obraz, protagonista l’anno scorso delle violenze contro il Gay pride. Su internet l’organizzazione maledice gli «schifosi traditori» che hanno arrestato Mladic e promette: «Mostreremo a noi stessi e al mondo che la Serbia non è Boris Tadic».
Perché adesso non è il tribunale dell’Aja, né le istituzioni internazionali a essere oggetto d’odio. Nemmeno ora che l’Onu ha pubblicamente elogiato Belgrado per l’operazione Mladic. Il nemico è il leader democratico che sta impegnando ogni risorsa per agganciare la Serbia al treno dell’Europa. Anche a costo di nascondere, per motivi di sicurezza, la data dell’estradizione di Mladic, e di vietare ogni manifestazione. I radicali dicono: «Non cerchiamo violenze. Ma se la polizia provoca…». Sulle pagine Facebook i tifosi più scatenati, quelli del Rad, insultano Tadic . E persino i tifosi della sua squadra gli riservano insulti: scritte sui muri, «Tadic, giù le mani dalla Stella Rossa» e contestazione aperta anche allo stadio, al grido di «traditore». Ma se la scelta di Tadic è fra deludere l’Europa o qualche decina di hooligan, non sembra poi così difficile. «Dopo Mladic – ha detto il presidente – risolveremo anche il caso di Goran Hadzic e perseguiremo coloro che hanno aiutato i criminali di guerra».

 


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