Belgio. L’aria «magique» di Place Moscou

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Dopo le occupazioni di «solidarietà  con la Spagna» anche i belgi hanno occupato una piazza, place Moscou appunto, e poi, domenica 5 giugno un’altra ancora, la place Flagey. La mobilitazione dunque si allarga. Si organizzano cortei festosi, che uniscono diverso luoghi della città , si cerca di mantenere un dialogo con la componente spagnola che organizza un evento per il 19 giugno, e soprattutto si costruisce un legame con il territorio e con altre realtà  associative, perché «serve intrecciare le lotte» [e dunque si parteciperà , il 22 giugno, alla manifestazione contro la creazione del Fme, il Fondo monetario europeo].


Nonostante qualche problema tecnico sin dall’inizio il campo ha una cucina e un gruppo di partecipanti ha anche piantato un orto: un modo di riappropriarsi del bene comune e di restituirlo ai cittadini, anche perché, a quanto pare, il comune prevede la costruzione di un parcheggio sotterraneo proprio nella piazza.

È interessante osservare come si compone il gruppo: l’anarchico, l’attivista dei movimenti per l’acqua, numerosissime donne [studentesse, lavoratrici, cittadine impegnate in associazioni e reti] che animano e spesso «facilitano» l’asssemblea, qualche mamma con bambini [anche qualche papà ], tanti studenti [qualcuno che perde il quadrimestre perché nella mobilitazione ci ha messo tutto il suo tempo, e qualcuno che passa un esame in maniera imprevista, visto che negli ultimi giorni era in piazza], e molti vicini, alcuni dei quali hanno persino firmato una petizione perchè non vogliono che il campo vada via.

Si respira un’aria «magique» in Place Moscou e anche gli aspetti problematici divengono nuove esperienze di crescita: la piazza in questione ha una collocazione particolare, storicamente accoglie gli incontri di gruppi di senza dimora inclini all’alcool, eppure la loro presenza è ormai parte integrante delle assemblee. Dopo una settimana di relazione costante una prima, piccola, vittoria del campo è proprio la partecipazione attiva di quelli che il sistema tende ad escludere e che, invece, qui ci sono e [con qualche eccezione] collaborano alla gestione dello spazio comune: se chiedi un commento sul campo a Mohammed, che in quella piazza ci vive, ti risponde: «Qui va tutto bene, qui c’è l’egalité».


Una ventina persone ha dormito negli ultimi giorni sotto le tende, un comitato «pulizie» ha rimesso a nuovo gli spazi e ha costruito un angolo «farniente», e le tende aumentano… Nel pomeriggio che la piazza si anima di atelier [sui sans papier, sul teatro, sulla questione degli affitti, sul nucleare, sui servizi pubblici, sui media…] di gruppi che discutono della logistica, dei contenuti politici, della gestione delle assemblee, delle relazioni con le altre mobilitazioni.

Ma i metodi stessi sono contenuti politici: l’assemblea non vota, decide consensualmente e non applaude, agita le mani. Fra i partecipanti, evidentemente, c’è qualcuno che ha importato [dalla Spagna o da altrove] il metodo del consenso e che incredibilmente riesce a farlo funzionare.

Martedì scorso un gruppo che voleva discutere di questioni pratiche si è incontrato poco più in là  fino a quando la pioggia non ha costretto tutti a rifugiarsi nella stazione del metrò, dove si è continuato a discutere, fra gli sguardi un po’ increduli dei passeggeri. Mercoledì 8 invece è stato l’intervento [o meglio la minaccia d’intervento] della polizia ad occupare le discussioni in assemblea visto che per un attimo è sembrato che avessero intenzione di sgomberare la piazza. In realtà  si sono limitati a scortare il camion della spazzatura per pulirla. Non è ancora chiaro se si tratti di un messaggio implicito, ma il risultato è stato una verifica del livello di partecipazione: a stretto giro di telefonate e di invio di sms i 25 che erano presenti all’inizio della mattinata sono stati raggiunti da un altro centinaio di persone accorse per impedire che il campo fosse sgomberato. Falso allarme, per ora, ma ottima reazione.

D’altronde è proprio la caratteristica peculiare di questo campo a essere la sua forza. È un gruppo in divenire, dove c’è gente che dorme in piazza ogni notte ma anche chi si aggiunge all’ultimo momento, un gruppo che cerca di fare una «[r]evolution». Ed è la necessità  di «cambiare» a unire tutte le anime: anche al di là  dello slogan dell’indignazione, come spiega Sofia, diciannovenne italiana che studia a Bruxelles: «Siamo un gruppo che ha preso coscienza, siamo in cerca di un cambiamento». D’altronde, aggiunge Massimiliano, studente, anche lui italiano, «bisogna vivere diversamente rispetto a un mondo in cui l’unico principio è quello della competizione. Ricostruire il mondo attraverso il vivere solidale».

Place Moscou è parte di un movimento più grande in cui Bruxelles, in quanto città  internazionale, può avere un ruolo importante. Anna, mamma belga, che al campo, ogni tanto, porta anche i suoi bambini [non per niente c’è un atelier di pittura dedicato ai più piccoli e persino un’altalena…nell’orto] sostiene, così come anche Celine, che tiene i contatti il gruppo degli spagnoli, la necessità  di «costruire alleanze con altre parti del movimento».


Emerge anche la necessità  di coinvolgere il più possibile la popolazione. Si diffondono gli appelli e i progetti per l’unione di tutte «les indignations» per creare «un luogo di unificazione visibile per difendere il rispetto del bene comune» e perché «non c’è un solo volto dell’indignato ma molteplici, senza nessun etichetta possibile» [Projet de diffusion et d’unon de toutes les indignations].

Fra i comunicati diffusi spicca un vademecum per l’occupazione delle piazze: cercare un luogo, andarci in compagnia [«pas nécessaire de bien se connaà®tre, juste se sentir solidaire entre autre du mouvement international initié en Espagne le 15 Mai 2011»]; celebrare l’occupazione con una piccola assemblea ….e restare lì, organizzando le attività , comunicando con i media e con le autorità  cittadine e soprattutto con i cittadini [costante è la presenza di un punto di informazioni per i passanti perché «Pas de démocratie sans informations»].

La volontà  comune, anche quando non si mettono in opera azioni realmente «politiche», è quella di cambiare il sistema, economico e politico, e, per quanto a volte con fatica, ci si rende conto che per farlo è necessario costruire un immaginario: «Questo movimento è composto da persone […] provenienti da orizzonti diversi che hanno in comune l’essere indignati contro la situazione politica economica e sociale […] rispetto al vuoto politico e all’invasione dell’ideologia del mercato miriamo ad una riappropriazione di tutto ciò che riguarda l’organizzazione del nostro spazio e delle nostre vite».

Intanto, la situazione sembra evolversi e assumere connotati diversi soprattutto in vista della grande mobilitazione del 22 giugno [contro la creazione del Fondo monetario europeo promossa da associazioni, sindacati e realtà  locali]. La gestione delle operazione di controllo della piazza, infatti, è a quanto sembra passata dalla polizia cittadina alla polizia federale. Il primo segno del cambiamento è stato lo sgombero dell’accampamento di Place Flagey venerdì 10 mattina. Naturalmente, nonostante lo sgombero e anzi proprio per questo motivo, la marcia festosa prevista per il pomeriggio seguente che avrebbe dovuto unire le due piazze ha ugualmente avuto luogo ed è stata molto partecipata.

Giunti a Place Flagey, però, gli «indignati» sono stati circondati dalla polizia, federale appunto, che li aveva seguito lungo il percorso e che ha minacciato di compiere alcuni arresti [in effetti due persone sono state inizialmente fermate per essere poi rilasciate fra gli applausi]. Alcuni manifestanti si sono però trovati all’esterno per cui per un certo tempo si è creato un duplice accerchiamento, raccontano i presenti: «al centro alcuni manifestanti, all’esterno la polizia che li circondava con gli idranti, e attorno ai poliziotti altri manifestanti e gente di passaggio che cercavano di impedire gli arresti». In effetti fra cori, richieste di spiegazioni alla polizia e incitazioni a liberare i due che erano già  stati ammanettati la situazione si è risolta a favore dei manifestanti che sono riusciti a liberarsi dall’accerchiamento della polizia senza che si arrivasse allo scontro o ad arresti effettivi e, conclusa un’assemblea popolare sulla piazza, hanno ripreso la marcia per tornare a Place Moscou. «Sulla base di quale articolo della legge volete impedirci di riunirci per parlare, di fare un’assemblea popolare e cittadina?», hanno chiesto i manifestanti, mentre invitavano gli abitanti del quartire a scendere in piazza «dans la rue avec nous». al suono di pentole e altri strumenti più o meno improvvisati. Nonostante la sgombero dell’accampamento e dopo la manifestazione si prevede che le assemblee popolari continuino però ad avere luogo anche in Place Flagey.

A Place Moscou, intanto, l’assemblea del sabato pomeriggio, subito dopo gli episodi della place Flagey è stata molto sentita. La piazza vede la presenza di alcune camionette della polizia federale che, per quanto siano ufficialmente intervenute per sedare una bagarre fra i senza dimora trasmettono in realtà  un messaggio molto chiaro e sottolineano ulteriormente come la presenza del campo e le assemblee popolari, soprattutto in vista della manifestazione del 22 giugno comincino a destare qualche preoccupazione nelle autorità . Intanto per il 19 è prevista una grande manifestazione che unirà  le strade di Bruxelles a quelle di numerose altre città  europee che partirà  proprio da Place Flagey alle 14. «Le pouvoir est dans la rue!».

Di certo, un grande appello alla consapevolezza, alla collaborazione, alla reinvenzione della politica è quello che parte da Place Moscou e Place Flagey per «arrivare a formulare e concretizzare nuove piste d’azione politica», che è un modo un po’ complesso per dire «reinventiamo altre maniere di vivere insieme».


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