Il presidente dimezzato. Lotta di potere a Tehran

Due giorni prima era un viceministro degli esteri delle Repubblica islamica dell’Iran. Due giorni dopo era un detenuto, imputato di gravi malversazioni finanziarie e additato come appartenente a una «corrente deviante». La vicenda di Mohammad Sharif Malekzadeh, uomo molto vicino al presidente iraniano Mahmoud Ahmadi Nejad (e ancor più vicino al controverso capo dello staff presidenziale, Esfandiar Rahim Mashaeì) dice molto della lotta di potere in corso in Iran: uno scontro clamoroso, tanto più in un paese dove l’establishment politico ha sempre voluto dare verso l’esterno un’immagine di unità .

Malekzadeh ha rinunciato al posto di viceministro (cui era stato nominato la settimana scorsa) dopo che il parlamento ha avviato una procedura di impeachment contro il ministro degli esteri Ali Akbar Salehi accusandolo proprio di quella nomina, a cui si era opposto il ministro dell’intelligence. Malekzadeh dunque si è fatto da parte, dichiarando di voler proteggere il ministro degli esteri dal voto di sfiducia (che infatti è stato ritirato). Nello stesso giorno, i deputati hanno negato la fiducia al ministro dello sport nominato da Ahmadi Nejad, Hamid Sajjadi. Un sito di notizie conservatore, raja news, ha commentato che «la corrente deviante voleva piazzare i suoi uomini ma gli è andata male».
Lo scontro politico, secondo molti commentatori interni, ha polarizzato l’establishment ancor più di quanto abbia fatto l’opposizione riformista nel giugno 2009. E oppone il presidente Ahmadi Nejad con un suo ristretto circolo di consiglieri nientemeno che alla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, prima carica dello stato, che pure lo aveva difeso totalmente nel giugno 2009 in pratica assegnando a lui la presidenza dopo una vittoria elettorale dubbia. Oggetto dello scontro oggi sono il ruolo e i poteri della presidenza della repubblica, che Ahmadi Nejad ha cercato di rafforzare; tra le poste in gioco c’è il controllo di posizioni chiave alla vigilia di due tornate elettorali (elezioni legislative nel marzo 2012, presidenziali nel 2013) .
In un discorso alla nazione trasmesso dalla tv di stato la settimana scorsa, il presidente ha descritto la sua relazione con la Guida suprema come quella di un figlio verso il padre. Un’affermazione di fedeltà : ma nessuno l’ha presa alla lettera, anzi molti l’hanno interpretata come un segno che Ahmadi Nejad è in posizione perdente). Anche perché in quel discorso lui si è limitato a descrivere la sua politica economica come un successo (non è mai stata così contestata) e lanciare le rituali accuse all’America e a Israele: non una parola su perché in maggio era scomparso per 10 giorni, rifiutando di svolgere le sue funzioni di presidente. E poi, il discorso è andato in onda con la dicitura live, in diretta, ma non lo era: come sanno tutti gli insider politici iraniani (lo fa notare la corrispondente del Financial Times), anche questo come tutti i discorsi del presidente è andato in differita, in modo che l’ufficio di Khamenei possa controllare e «editare» il contenuto.
Attriti tra Khamenei e Ahmadi Nejad trapelano da oltre un anno, ma la controversia pubblica è esplosa due mesi fa, quando il presidente ha tentato di far dimettere il ministro dell’intelligence Heidar Moslehì, contro il volere della Guida suprema: Khamenei ha respinto le dimissioni, impedendo a Ahmadi Nejad di mettere un suo uomo in quel ministero. Il braccio di ferro è durato alcuni giorni, poi Ahmadi Nejad ha dovuto rinunciare (è allora che ha attuato il suo inusuale «sciopero»). La Guida suprema ha mantenuto l’ultima parola (è una regola non scritta che i ministeri della difesa, intelligence e affari esteri siano sottoposti a un suo veto). A quanto pare Khamenei temeva che il presidente usasse il suo controllo sull’intelligence per assumere informazioni sui rivali politici in vista delle elezioni.
Non è tutto. L’ufficio della Guida, e le correnti fondamentaliste che a lui si richiamano, accusano il presidente e un suo gruppo di consiglieri di voler espandere i poteri della presidenza e di minare l’autorità  stessa della Guida suprema. Qui entra in gioco il capo dello staff presidenziale, Mashaeì, confidente e consuocero di Ahmadi Nejad, spesso descritto come la sua anima nera. Ed entra in gioco anche la teologia. Ahmadi nejad ha parlato spesso dell’ultimo imam, il Mahdi, che secondo la dottrina sciita è scomparso nel tempo e tornerà . Il presidente non solo coltiva il culto dell’imam nascosto (in ciò asseconda un’ampia corrente dell’islam sciita che considera imminente l’avvento terreno del Mahdi): a volte ha dichiarato di «sentire» uno speciale legame con lui. Coltiva il culto del 12esimo imam anche Mashaeì, il quale non ha mai nascosto la sua vena esoterica mistica.
Per farla breve, gli ultraconservatori accusano Mashaeì di guidare una corrente di mistici che pretendono di poter entrare in contatto diretto con il Mahdi. Eresia: così disconosce il principio della «supremazia del giureconsulto» (velayat-e faqih) impersonato nella Guida suprema, Khamenei. Insomma, nega il principio su cui è fondata la Repubblica islamica. La «corrente deviante» di Mashaeì, dicono fior di ayatollah e intellettuali fondamentalisti, vuole imporre un pensieri di «liberalismo culturale». Gli rimproverano poi di promuovere l’idea di nazionalismo a spese della «identità » islamica. Ed ecco che la complicata teologia torna su questioni molto terrene, di potere.
Pochi giorni dopo lo scontro sul ministro dell’intelligence, fonti ufficiali davano notizia dell’arresto di un gruppo di persone accusate della «deviazione» eretica, far appello a poteri sovrannaturali, ai jinn e cose simili: tutte persone molto legate a Mashaeì e al presidente, tra gli altri l’ayatollah che serve come predicatore del venerdì nel palazzo presidenziale (scarcerato pochi giorni fa). Un messaggio. Mashaeì era dato come uno dei probabili candidati alla presidenza nel 2013 – ora Ahmadi Nejad è sotto pressione a mollarlo. 
La Guida suprema dunque ha lanciato un’offensiva per «dare una regolata» al presidente che pure lui aveva sostenuto (e con reciproco vantaggio, visto che Ahmadi Nejad ha silenziato l’opposizione riformista che Khamenei sentiva come una sfida). Già  i predecessori di Ahmadi Nejad si erano scontrati ai limiti del proprio potere, nel peculiare sistema della Repubblica islamica: dove istituzioni elette (presidente, parlamento) sono sottoposte a poteri cooptati dalla Guida suprema, che ha l’ultima parola sulla sicurezza nazionale, nomina i vertici della magistratura e della tv di stato e il Consiglio dei guardiani.
Oggi Ahmadi Nejad ha contro il parlamento, dove è in maggioranza il blocco dei «fedeli ai principi» e che è presieduto da Ali Larijani, l’ex negoziatore nucleare, figura fedele alla Guida suprema (e anche lui probabile candidato presidenziale). Ha contro la magistratura, presieduta da un altro fratello Larijani. Il suo governo deve affrontare numerose inchieste per corruzione e malversazioni in cui sono coinvolti gli uomini più vicini al presidente, incluso uomini di Mashaeì: bella ironia per il presidente che si presenta come un onesto figlio del popolo contro i vecchi politici corrotti. Deve rispondere anche di pesanti accuse di incompetenza politica ed economica, l’inflazione, la disoccupazione crescente. 
I deputati del Majlis hanno annunciato per lunedì una mozione, firmata da almeno un terzo dei deputati come vuole la procedura legale, per convocare il presidente a rispondere a una serie di domande, e alcuni minacciano una procedura di impeachment nei suoi confronti. Anche se questo sembra un esito improbabile: il regime è forte, le Guardie della rivoluzione sono con la Guida suprema, e questa non vorrà  aprire una crisi di governo con il pericolo che l’opposizione riformista siprenda voce – e in un momento così delicato per le relazioni internazionali, con il Medio oriente arabo percorso da movimenti di protesta e il dialogo sul dossier nucleare bloccato.


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