“Il mio paese tra cultura e democrazia ecco perché l’Europa sbaglia a rifiutarci”

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Orhan Pamuk, la Turchia va al voto ma all’estero diventa un polo d’attrazione per le rivolte arabe. Lei come giudica questo momento politico così intenso?
«La Turchia è sempre più protagonista. Lo vediamo nella cultura, nelle arti, nei film. Ma lo constatiamo anche in politica. Ad esempio, per quanto riguarda gli avvenimenti più recenti attorno ai confini del mio Paese, assistere alla primavera araba e alla caduta dei dittatori mi ha commosso fino alle lacrime».
Il premio Nobel per la letteratura turco, gira il mondo per mestiere e per piacere, ma dopo qualche mese finisce sempre per tornare nella sua Istanbul. Chi lo conosce bene sostiene, anzi, che «Pamuk non può vivere lontano dalla sua città ». Ed è vero. La scorsa settimana il grande scrittore di “Neve” e di “Altri colori” è stato in Italia. Poi è rientrato per assistere agli ultimi giorni di campagna elettorale.
La Turchia che non riesce a entrare in Europa guarda al Vecchio continente con occhi ormai pieni di disincanto?
«Nei miei libri, come l’ultimo da poco uscito in Italia (“Il signor Cedvet e i suoi figli”, Einaudi), ci sono spesso personaggi ricchi della Turchia degli anni Trenta. Costoro coltivavano in maniera molto assidua il desiderio di occidentalizzazione. E l’Europa, in quegli anni, definiva davvero i colori del mondo. Era così nell’economia, nella cultura».
Ora il sogno europeo si è rotto?
«Adesso credo che il mondo non sia più così. E c’è una pletora di motivi a dimostrarlo. Ad esempio l’Europa si è arricchita molto. Poi però sono diventate più ricche anche una serie di nazioni, non occidentali, che hanno acquisito fiducia, e pure una certa rabbia nei confronti dell’Europa, del risentimento».
Come la Turchia che si sente rifiutata. Ma Occidente ed Europa rappresentano ancora il faro della cultura? Oppure le rivolte in Africa e in Medio Oriente ci mostrano che il vento è cambiato?
«E’ una domanda molto grande. Nelle democrazie ci sono tutta una serie di valori, per i diritti umani, le donne, la libera informazione, che non sono più esclusivo patrimonio dell’Europa. Ma sono diventati istanza dei Paesi che un tempo non li avevano».
Sono le richieste della cosiddetta primavera araba?
«Sì, il grido degli arabi, in Tunisia, in Egitto e negli altri Paesi musulmani, prova il desiderio per questi valori. Osservare questa cosa mi ha fatto quasi piangere».
Dalla commozione?
«Forse la reazione, di primo acchito, è stata di carattere sentimentale, per la caduta di questi tiranni. E poi anche per considerazioni culturali».
Quali?
«Quando vivevo in America, ad esempio, sono stato vittima di pregiudizi sull’Islam. Dicevano che era un sistema iperobbediente a un tiranno. Cosa che per molti Paesi non era così. Ecco, oggi plaudo al fatto che questo ragionamento sia stato scardinato dai fatti. Lo dicevano senza conoscere la Turchia».


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