Tel Aviv si prepara alla guerra

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L’esercitazione «Punto di svolta 5» vivrà  il suo momento più drammatico oggi, quando per due volte la popolazione di Israele sarà  chiamata a raggiungere i rifugi nel corso di una simulazione di una pioggia di razzi e missili che si «abbatterà » sul paese. Sono le manovre civili più ampie, almeno in questi ultimi 10-15 anni, e nonostante i vertici politico-militari ne abbiano ridimensionato il significato, è fin troppo chiaro che Israele sta preparando la popolazione ad un attacco contro l’Iran o Hezbollah (o entrambi) che vedrebbe l’inevitabile reazione da parte di avversari in grado di colpire lo Stato ebraico.
L’ampiezza dell’esercitazione non lascia dubbi sull’importanza che viene assegnata all’addestramento delle «retrovie», a cinque anni di distanza dall’offensiva aerea e, in seguito, anche terrestre in Libano del sud, alla quale Hezbollah rispose lanciando oltre 4.000 «katiusha» contro il nord d’Israele. In quei giorni le vittime civili israeliane furono relativamente poche, alcune decine rispetto ai 1.200 libanesi (e ad un numero imprecisato di combattenti del movimento sciita), ma la caduta di tanti razzi generò panico tra la popolazione. Decine di migliaia di israeliani abbandonarono per giorni le loro case in Galilea e si spostarono verso Tel Aviv. Stavolta però, in caso di una nuova offensiva in Libano, Tel Aviv non verrebbe risparmiata – come il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha minacciato più volte – ed è fin troppo chiaro che le batterie anti-razzi, «Arrow» e «Iron Dome», potranno fermare solo in minima parte la reazione di Hezbollah (o dell’Iran). Per i comandi israeliani l’unica soluzione è preparare i civili al peggio, ossia a uno scenario in cui il centro del paese viene colpito da centinaia di missili al giorno.
«Punto di svolta 5» include fra l’altro la simulazione dell’esplosione di un elicottero in un centro abitato della Galilea, un attacco alla Knesset (il parlamento), la mobilitazione di ospedali e ospizi, di tutti i servizi d’emergenza, l’invio di sms alla popolazione, test di resistenza della rete telefonica mobile. Il 60% degli israeliani ha già  ricevuto le nuove maschere antigas, gli altri le avranno entro l’anno prossimo. In totale saranno 80 le municipalità  coinvolte nelle simulazioni. «I nostri nemici sanno perfettamente che, se ci attaccheranno, noi li colpiremo in modo devastante, ma dobbiamo prepararci perché (i nemici) hanno la capacità  di sparare missili e razzi contro ogni parte del nostro territorio» ha spiegato il vice ministro della difesa Matan Vilnai.
Israele parla di difesa, ma nel paese tutti sanno che l’opzione di un raid aereo contro le centrali nucleari iraniane e di un «regolamento di conti» con Hezbollah rimane sul tavolo del primo ministro Netanyahu (e di Barack Obama). E nessuna può metterla in discussione, come ha dimostrato il polverone sollevato dalle dichiarazioni, qualche settimana fa, dell’ex capo del Mossad, Meir Dagan, apertamente contrario ad un attacco «preventivo» all’Iran e, per questo, criticato duramente da governo e opposizione. Di recente la stampa israeliana ha anche ripreso a parlare dell’unità  «Shaldag», creata nel 1977 per operare dietro le «linee nemiche». Oggi nella stanza dei bottoni delle Forze Armate israeliane, ci sono diversi ex membri dell’unità  «Shaldag», a cominciare dal capo di stato maggiore, generale Benny Gantz. Secondo alcuni questa concentrazione di ex commando ai vertici militari rende più probabili operazioni «audaci» in un Medio Oriente instabile, attraversato da rivolte, con un Egitto più «ostile» verso Israele. Le Forze Armate israeliane, ha rivelato da parte sua il Jerusalem Post, hanno portato da 200 a diverse migliaia l’elenco degli «obiettivi» in Libano del sud e nella Striscia di Gaza, in vista di guerre future. Non a caso il nuovo piano strategico che i comandi presenteranno (forse ad agosto) punta molto sull’acquisto immediato di altri cacciabombardieri F-15 ed F-16 a lungo raggio (gli F-35 Stealth arriveranno solo nel 2017) e sullo sviluppo dell’intelligence.
Qualche giorno fa, durante una conferenza, l’ex generale, ora analista strategico, Giora Eiland, ha escluso che Hezbollah, reso più fragile, a suo dire, dalla crisi che sta affrontando l’alleato regime del presidente siriano Bashar Assad, tenti azioni militari contro Israele e ha previsto una situazione calma al confine con il Libano. Ma proprio un Hezbollah apparentemente più isolato e meno protetto potrebbe spingere Israele a scatenare la scintilla di quel «regolamento di conti» con il movimento sciita, che l’establishment politico-militare ha in mente dal 2006.


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