Gaffe. Cain inciampa sulla strategia Usa in Libia

Spossati dalla fatica della campagna elettorale, rintronati dai troppi dibattiti televisivi, fondamentalmente deboli, gli avversari repubblicani di Barack Obama zoppicano e incespicano di gaffe in gaffe nella loro corsa verso il sogno presidenziale. E’ ormai uno stupidario di involontarie gag, di amnesie, di improvvisi vuoti mentali, di desolanti banalità  quello che la “Gang of Eight”, la banda dei sette uomini e una donna in lotta per il titolo di sfidante repubblicano, sta offrendo al pubblico della tv, ai comici, alla satira e alla implacabile memoria della Rete. Sono loro, dal vacuo Romney, bella figura di presidente da cast hollywoodiano che cambia sceneggiatura a ogni ciak, al texano Rick Perry, quello che sta facendo sarcasticamente rimpiangere l’intelligenza e la preparazione di Giorgino Bush, dalla esagitata estremista Michelle Bachmann all’ex re della “Godfather Pizza” Herman Cain inseguito da accuse di ripetute molestie sessuali, la migliore speranza di rielezione per il presidente in carica.
Poiché, come ripeteva Joe Torre, grande allenatore di baseball, «non si può sconfiggere qualcuno con nessuno», Obama può guardare con qualche ottimismo nuovo, dopo mesi di batoste elettorali e di cattive notizie economiche, allo spettacolo offerto finora dai suoi potenziali avversari che rischiano di autodistruggersi ogni volta che aprono bocca.
Il re riconosciuto della gaffe resta Perry, il texano, che ha deliziato gli spettatori con la sua incapacità  di ricordare le tre cose che vorrebbe fare. «Abolirò tre ministeri – era partito con quel tono deciso e antistatalista che tanto piace alle destra repubblicana – il Ministero della Pubblica Istruzione, il Ministero del Commercio e poi… e poi… ce n’è un terzo… aspettate…». L’Agenzia per l’Ambiente, gli suggerisce malizioso il suo avversario Romney, sfoderando la perfetta dentatura odontoiatrica. «Ecco… sì l’Ambiente…. ma no, non è un ministero…» Risate. Si ricorderà  del Ministero dell’Energia, il terzo, soltanto ore dopo. «Ero stanco – spiegherà  – è stato un momento ooops, una gaffe».
Per non lasciarlo solo, ecco avanzare Herman Cain, uomo d’affari, afroamericano, la «risposta abbronzata» come avrebbe detto un altro celebre gaffeur, a Barack Obama, che a una domanda sulla Libia e la strategia di Obama per abbattere Gheddafi tace per lunghissimi secondi, cercando disperatamente di ricordare che cosa sia la Libia e che cosa abbia fatto il governo. «Intende dire la storia di Gheddafi?» chiede all’intervistatore. E certo. «Ah ecco». E dopo altri, tormentosi momenti di silenzio, si lancia in una confusa spiegazione sull’intelligence, l’opposizione libica, i ribelli. Ma insomma avrebbe fatto o no come Obama, insiste crudele l’intervistatore. «Non posso rispondere né sì né no» chiude l’ex signore della pizza, già  accusato da quattro donne di averle molestate, che si vanta di essere un «decisionista». Non sa chi sia il presidente dell’Uzbekistan, confessa, ed è più che scusabile, se non si impappinasse miserevolmente sul nome della nazione centroasiatica, «Ubebe… unbe… unbezki…» prima di azzaccare finalmente Uzbekistan.
E’ un gioco crudele, addirittura ingiusto, questo al quale i candidati alla Casa Bianca si devono sottoporre, una sorta di inquisizione laica per prenderli in castagna, per farli contraddire e mostrarne i limiti. Vuole essere una rappresentazione innocua dello stress al quale saranno sottoposti se diventassero “Comandanti in capo” e se il telefono nella loro camera da letto dovesse squillare alle 3 del mattino, secondo una celebre formula usata invano da Hillary Clinton contro Obama nel loro duello del 2008, per annunciare qualche catastrofe mondiale. Un gioco difficile con l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, che cambia posizione su tutto tutti i giorni ed è un’anguilla impossibile da afferrare, capace di dichiararsi contrario alla riforma della assicurazione sanitaria passata da Obama che è la copia di quanto lui fece quando governava il suo stato. Ma resta il candidato con la più alta preferenza fra gli elettori repubblicani, per mancanza di meglio, per la bella figura cinematografica, nonostante il suo essere Mormone, una confessione cristiana che i cristiani fondamentalisti e tradizionalisti considerano una bizzarra setta, non cristiana. Non dicendo nulla, non commette gaffe e non fa autogol.
Chi uscirà  meno acciaccato da questa stagione di calvari teletrasmessi che «mi fanno rimbombare la testa», come ha ammesso proprio il signore delle pizze e delle palpatine proibite, Cain, sarà  colui, o colei, che riceverà  come premio la vittoria nelle assemblee popolari della Iowa, i “Caucus” ormai imminente e fissati per il 3 gennaio. E’ una gara a eliminazione fatta non per premiare i migliori, ma per lasciare in piedi il meno impresentabile o tonto, che infatti rischia di favorire i vecchi navigatori sconfitti e riciclati come Romney o come l’ex nemico di Clinton, Newt Gingrich, che ha scelto la strada sempre facile delle accuse alla «stampa di sinistra» quando ne dice una grossa. «Hanno distorto il contesto». Un classico.
Ci saranno ancora cinque dibattiti fra i sette nani e l’ottava nana, la Bachman, uniti soltanto dal generico anti-obamismo dopo averne già  subiti ben dodici, dalla primavera scorsa, e nelle sette settimane che mancano al «caucus» della Iowa avranno occasioni di nuovi strafalcioni e di improvvise resurrezioni. Ma il pensiero che uno di questi otto possa essere colui e colei che dal gennaio del 2013 avrà  le mani sul timone della prima economia del mondo, della massima forza armata, del maggiore arsenale nucleare della storia, resta il migliore alleato per le speranze di rielezione di Obama. Come ha detto il comico che più di tutti sta prosperando sulla commedia degli errori fra di loro. Jon Stewart: «Se dovesse vincere uno di questi, speriamo che alla Casa Bianca stacchino i telefoni».


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