Racconti, arte e grafica piccole riviste crescono

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L’editore di una delle nuove riviste indipendenti italiane indossa la giacca della tuta e una maglietta bianca. È giovane e sa che sta facendo una follia. Ma, d’altra parte, le riviste – le piccole riviste cartacee di arti e lettere, influenti o irrilevanti, grandi o piccolissime, più o meno professionali – sono la caffeina della produzione di conoscenza umanistica. In Italia, nel 2011, sono venute al mondo almeno quattro nuove riviste cartacee, di differente ambizione e aree d’interesse, ma accomunate da ciò che normalmente si lamenta quando s’affronta lo stato delle cose nella penisola – uno, sono progetti culturali e imprenditoriali; due, chi le fa rischia in proprio; tre, danno l’idea che da noi si possa vivere facendo crescere idee forti e competitive. Se è vero che i grandi giornali inventano il proprio pubblico, generando comunità  elettive, anche queste nuove avventure – forse – sono lo specchio di una nuova borghesia giovanile, metropolitana e non, curiosa, forse invisibile agli occhi delle statistiche ma viva.
Si chiamano The Milan Review, Italic, Studio e The Exhibitionist. Parlano d’arte (The Exhibitionist), letteratura (The Milan Review), geopolitica generalista e vita urbana (Italic), cultura nel senso più ampio e stratificato del termine (Studio). Le redazioni delle nuove riviste italiane sono spesso ospitate da altri uffici, studi di design, redazioni di magazine più commerciali, società  di consulenza, gallerie d’arte, che magari, se la provvidenza dovesse cedere sotto i colpi del mercato, potrebbero sostenere quel salvifico passo in quel vuoto d’utile che è “fare una rivista”. Così appare agli occhi del visitatore il luogo in cui è stato pensata The Milan Review of Ghosts, primo esemplare di una collana che vedrà  il prossimo chiamarsi The Milan Review of Universe. Tim Small, trentacinquenne italo-britannico in pantaloni corti e occhi concentratissimi, già  direttore di Vice Italia, è un fanatico appassionato di letteratura anglofona, e ha investito soldi passioni e desiderio su un volume bianco, disegnato da Riccardo Trotta. Dentro ci sono dodici racconti ispirati al classico tema di fantasmi & affini, scritti da autori ancora inediti da noi ma già  piuttosto attivi oltreoceano, tra i quali spicca Deb Olin Unferth, che lavora per Mc Sweeney’s. Ed ecco, appunto, l’unica incrinatura del progetto di Small: una certa vicinanza, per ora, al modello fondato da Dave Eggers.
Italic, va in edicola ogni mese: da una parte tratta le vicende delle città  come piattaforme globali, dall’altra gli intrecci di commerci, flussi, interessi, conflitti planetari, con un occhio al mondo del design e dell’architettura, da cui viene il fondatore torinese Luca Ballarini. Vi si trovano rubriche affidate a filosofi come Franca D’Agostini, ma anche un sintetico ritratto di Alec Ross, l’uomo che scrive i messaggi-Twitter di Obama, o un pezzo che consiglia a un comune come fare turismo di successo senza distruggere se stesso e i ritratti di personaggi diversi, dallo scenografo del web a un giovane pastore di pecore.
Di tutt’altro segno, con una veste visiva all black impressa da Marco Cendron, è Studio, bimestrale pubblicato dal duo Alessandro De Felice/Federico Sarica e diretta da quest’ultimo. Studio esce in edicola, in italiano. Si passa da Matthew Barney alle nuove serie tv, da incursioni letterarie a ragionamenti sul concetto di eleganza nella moda. Ma ad alimentarla è un fuoco pallido, con testi lunghi o brevissimi, che non fa venire in mente esempi già  noti: i tre numeri finora usciti, al loro meglio, e al netto di qualche ingenuità , raccontano storie inedite – per esempio un bellissimo reportage sulla Rublevka. La raccolta pubblicitaria, imperniata su moda e un pizzico di design, sembra sostanziosa: il bel sito di Studio paga i collaboratori, anche se Sarica, baffi e capelli biondo-ocra, ammette che «i budget pubblicitari delle nostre aziende sono ancora un po’ allergici all’idea di investire nel web». Poi sospira e accarezza la superficie liscia della copertina: «ma noi continueremo a farla anche quando sarà  il web a pagare la carta, e non viceversa». Infine, e per fortuna, c’è una donna, Chiara Figone, graphic-designer, che ha fondato insieme a Jens Hoffman The Exhibitionist e la pubblica ogni sei mesi con la sua Archivebooks, sospesa tra Torino e Berlino. In un numero a caso si possono scoprire recensioni di mostre storicizzate come l’enorme esposizione-scultura che Pontus Hulten commissionò a Niki de Saint-Phalle al Moderna Museet di Stoccolma, ma anche riflessioni saggistiche accurate e lontane dal mercato.
The Exhibitionist, con la copertina monocroma e l’ampia fotografia che fa tanto primissimi Cahiers du Cinema, è la meno italiana e più specialistica di tutte le altre: si tratta di un giornale per curatori di mostre, sul curare mostre, scritto dai più prestigiosi curatori internazionali di mostre. Ma come insegna The Milan Review of Ghosts ci si può rivolgere a un pubblico che legge solo inglese, non includendo neppure un autore italiano, senza per questo smettere di essere qui, ora, e “nostra”. Ecco, in una sintesi quasi infantile, cosa significa fare una rivista culturale in Italia, senza mecenati o fondi pubblici: è un atto politico per il fatto stesso di accadere qui; è un gesto ottimista e virale perché succede proprio ora. E infine: queste piccole grandi riviste sono un dono di risveglio, periodico e plurale, alla nostra conoscenza pubblica, in un paese in cui ogni singolo granello di una piazza o una chiesa pare più disposto a leggere e capire il fenomeno umano dei cittadini che ogni giorno gli vivono accanto.


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