Quella malattia antica che ogni anno fa 500 vittime

Una malattia antica, da romanzo dell’Ottocento, che per molti appartiene alla storia ma in realtà  è ancora tra noi e quasi in silenzio ogni anno colpisce più persone e fa più vittime delle temutissime “aviaria”, Sars e “suina” ovvero sindromi che hanno goduto di “buona stampa” pur avendo numeri assai più bassi. Di tubercolosi in Italia si ammalano circa 4.500 persone ogni anno, intorno alle 500 muoiono. Almeno la metà  sono immigrati, che portano il batterio con sé dai paesi di origine. Del resto la tbc è ancora molto diffusa in Asia, Africa e Europa dell’Est e nel 2008 nel mondo le persone infettate sono state 9 milioni. Un milione e 700mila hanno perso la vita.
Il batterio isolato nel 1882 dal microbiologo tedesco Robert Koch si trasmette con i colpi di tosse ma il contagio non è facile. Avviene se si è stati vicini ad un malato in un ambiente chiuso, non basta essere sullo stesso autobus o nella stesso ristorante. L’incubazione può essere lunghissima, e ci sono molti casi di persone che vengono infettate ma non sviluppano la malattia. La profilassi e la terapia sono molto lunghe, possono durare mesi. «Si usa un cocktail di farmaci, come per l’Aids – spiega Rezza, responsabile delle malattie infettive dell’istituto superiore di sanità  – In questi anni si stanno isolando dei batteri molto resistenti ai farmaci ma per fortuna il fenomeno è limitato. Quello della tubercolosi è un problema reale ma sotto controllo. Diciamo che esiste un rischio potenziale che l’incidenza torni ad essere altissima ma per fortuna non si sta avverando».
Nel nostro paese la tbc nel 1955 colpiva 25 persone ogni 100mila. Erano gli anni dei sanatori, sono decine le strutture sanitarie nate per assistere chi era colpito da questa malattia, anche l’ospedale Forlanini di Roma. Negli ultimi 25 anni l’incidenza si è stabilizzata tra le 7 e le 10 persone ogni 100mila. «Da noi sta avvenendo un fenomeno piuttosto curioso, quasi unico in Europa – dice sempre Rezza – Il numero dei malati italiani è costante, anzi in certi anni decresce. Gli immigrati si ammalano sempre di più ma non ce la attaccano». Nel giro di 10 anni il numero dei malati provenienti da altri paesi è raddoppiato. Queste persone hanno un rischio 10-15 volte superiore di andare incontro alla malattia rispetto agli italiani. «Sono più esposti perché se la portano dietro – dice sempre Rezza – Poi magari qui vivono in condizioni sociali precarie, che aiutano lo sviluppo della tubercolosi»


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