Amnesty: “Fermare i trasferimenti di armi all’esercito dell’Egitto”

Nei giorni scorsi Amnesty ha denunciato le ripetute forniture militari da parte degli Stati Uniti all’Egitto nonostante le violente repressione contro i manifestanti: lo scorso 26 novembre una nave proveniente dagli Stati Uniti ha scaricando nel porto egiziano di Sueza almeno sette tonnellate di munizioni fumogene, tra cui sostanze chimiche irritanti e altri prodotti antisommossa come i gas lacrimogeni – riporta Amnesty International. Si tratta di esportazioni approvate dal Pentagono: il 1° dicembre un portavoce del Pentagono ha inatti confermato che “erano state approvate licenze di esportazione per due compagnie Usa, relative a gas lacrimogeni e a prodotti antisommossa non letali, destinati al governo egiziano. La più recente approvazione è stata a luglio”.

“Queste licenze sono state autorizzate durante un periodo nel quale il governo egiziano ha risposto alle proteste mediante l’uso eccessivo, e spesso letale, della forza. È inconcepibile che le autorità  statunitensi non fossero a conoscenza di quanto, ampiamente documentato, stavano facendo le forze di sicurezza egiziane. Quelle licenze non avrebbero dovuto essere concesse” – ha commentato Brian Wood di Amnesty International.
“Le forniture Usa alle forze di sicurezza del Cairo devono perciò essere sospese, fino a quando non vi sarà  la certezza che gas lacrimogeni, armi, munizioni e ulteriore materiale non sono legati al bagno di sangue nelle strade egiziane” – ha aggiunto Wood.

In un precedente rapporto Amnesty International ha documentato che non solo gli Stati Uniti e la Russia ma anche diversi paesi europei – tra cui l’Italia – hanno fornitograndi quantità  di armi a governi repressivi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord prima delle rivolte di quest’anno, pur avendo le prove del rischio che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Si tratta di forniture verso Bahrein, Egitto, Libia, Siria e Yemen effettuate da Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia e Stati Uniti d’America.

Rispetto a quanto sta accadendo in questi ultimi giorni, secondo Amnesty International “o la polizia militare ha ricevuto l’ordine di disperdere i manifestanti a ogni costo oppure il Consiglio supremo delle forze armate non ha il controllo dell’esercito e delle forze di sicurezza. In entrambi i casi lo scenario è preoccupante” – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa del Nord e il Medio Oriente.
Secondo il ministro egiziano della Sanità , dal 16 dicembre almeno 11 persone sono state uccise e centinaia ferite. Le persone arrestate e che dovranno comparire di fronte a un giudice sono oltre 300, tra cui almeno 11 donne e molti minorenni, anche di 10 anni di età . Una cinquantina di persone sarebbero state trattenute per diverse ore e successivamente rilasciate. Tutte sarebbero state brutalmente picchiate e a coloro che sono ancora in carcere sarebbero negate le cure mediche.

Le violenze hanno avuto inizio quando i militari hanno sgomberato un sit-inche si teneva di fronte al palazzo del Consiglio dei ministri, bruciando le tende, picchiando i manifestanti con bastoni e pneumatici, scagliando contro di loro pietre e oggetti affilati e poi iniziando a usare cartucce e proiettili. Secondo Amnesty International, le immagini video disponibili, che mostrano pestaggi violenti e prolungati, indicano che i militari abbiano usato forza eccessiva in modo gratuito, con lo scopo di punire i manifestanti più che di mantenere l’ordine e la legalità .

Un video che mostra dei soldati trascinare due donne, una delle quali semi-denudata, spingerle a terra, picchiarle duramente e calpestarle è circolato su internet, provocando l’indignazione generale. “L’esercito, che ha adottato un atteggiamento paternalistico verso le donne da quando è al potere, prende di mira le donne che manifestano per umiliarle e sottoporle a trattamenti degradanti. Lo scopo sembra essere quello di dissuadere le donne dal manifestare” – ha aggiunto Saharaoui. “Un comportamento deplorevole, come ‘i test di verginità ‘ forzati che le forze armate hanno usato contro le manifestanti donne all’inizio di quest’anno”. Giornalisti e altri operatori, impegnati a documentare quanto stava accadendo, sono stati aggrediti dall’esercito e dalle forze di sicurezza.

Il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf, l’organismo militare al potere) ha elogiato l’esercito e ha attribuito le violenze in corso ai manifestanti, descrivendoli come teppisti e vandali che hanno provocato l’esercito e le forze di sicurezza attaccando la proprietà  del governo. Un ufficiale dell’esercito egiziano ha dichiarato che coloro che manifestano davanti al Consiglio dei ministri dovrebbero essere bruciati nei forni di Hitler. Secondo Amnesty International queste dichiarazioni possono essere considerate alla stregua di un’autorizzazione a commettere violazioni dei diritti umani.

Con gli eventi dello scorso fine settimana è la terza volta, da ottobre, che manifestazioni pacifiche vengono represse con la forza letale. Il numero delle persone morte durante le proteste è salito ad almeno 84. All’inizio di ottobre, almeno 28 persone, compreso un soldato, sono morte dopo che una manifestazione contro la discriminazione religiosa al Cairo era stata trasformata in un bagno di sangue. Le vittime presentavano ferite di arma da fuoco e parti dei loro corpi erano spappolate in conseguenza del fatto che veicoli blindati li avevano deliberatamente schiacciati.

Almeno 45 persone sono state uccise dopo a novembre al Cairo e ad Alessandria. Secondo quando riportato, i corpi esaminati all’obitorio del Cairo mostravano segni di colpi d’arma da fuoco alla testa e al petto. Lo Scaf ha promesso di condurre indagini su questi casi, ma nessun risultato è stato reso pubblico. “La condanna internazionale delle azioni dello Scaf è positiva, ma più che di parole abbiamo bisogno di vedere un’azione concreta dei partner internazionali dell’Egitto per fermare queste violazioni” – ha concluso Saharaoui. “Non basta aspettare l’esito delle indagini dello Scaf sulle uccisioni dei manifestanti e su altre denunce. I paesi alleati dell’Egitto devono prendere iniziative per intervenire alla radice del problema”.


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