Blitz dei Navy Seals in Somalia due ostaggi liberati dai pirati Obama: “Fiero dei nostri soldati” I

NEW YORK – Un colpo spettacolare dei Navy Seals, firmato dalla stessa squadra che uccise Osama Bin Laden. Un’operazione perfetta, di cui Barack Obama era informato mentre stava pronunciando il discorso sullo Stato dell’Unione. La liberazione di ostaggi “vendica” una delle pagine più buie nella storia delle teste di cuoio americane, Black Hawk Down, il massacro subito a Mogadiscio nel 1993 sotto la presidenza di Bill Clinton. È l’ennesimo successo di Obama in campo militare: un altro trofeo per un presidente che la destra si ostina a dipingere come “debole” in politica estera e che invece continua a vincere laddove i suoi predecessori avevano collezionato sconfitte. 
Solo Leon Panetta, il suo segretario alla Difesa, ha capito a cosa alludeva Obama martedì sera quando salutandolo in mezzo al Congresso il presidente gli ha strizzato l’occhio: «Good job», bel lavoro. Proprio in quei minuti, mentre i parlamentari erano riuniti ad ascoltarlo e la nazione intera si sintonizzava in tv su quell’appuntamento solenne, il Team Six faceva irruzione in un covo di pirati, in mezzo al deserto somalo. «La stessa unità  di cui fanno parte gli uomini che uccisero Bin Laden, a maggio in Pakistan» conferma oggi il Pentagono. La nuova missione: liberare due ostaggi detenuti da ottobre. 
I Navy Seals agiscono nell’oscurità , quando sono le 21 a Washington non è ancora sorta l’alba in Somalia. I militari del reparto di élite vengono paracadutati, aprono il fuoco sui pirati e ne uccidono nove. In pochi minuti l’azione si conclude, i due ostaggi sono caricati sugli elicotteri, che volano in una base militare americana a Gibuti. Nel corso dell’assalto-lampo neppure un ferito, da parte americana. «Come comandante in capo – dichiara Obama a salvataggio concluso – non potrei essere più fiero di quel che hanno fatto i nostri soldati». Come nel caso di Bin Laden, colpisce l’efficienza, la capacità  di eseguire operazioni ad alto rischio senza una sbavatura. 
È tanto più impressionante questa volta, perché la Somalia è carica di ricordi amari, perfino atroci, per i militari Usa. Ne hanno tratto un film, Black Hawk Down. Era il 3 ottobre 1993 quando i Rangers e i reparti della Delta Force furono impegnati nella battaglia di Mogadiscio, contro le milizie di Mohamed Farrah Aidid. Diciannove aerei, 12 autoblindo e 160 uomini con la divisa americana, più il supporto dei caschi blu dell’Unicom: nonostante questi mezzi l’operazione si concluse in un disastro. Due elicotteri Black Hawk vennero abbattuti, i militari scampati rimasero isolati, circondati dalle milizie e da una popolazione ostile. Il tentativo di andarli a salvare fu a sua volta un massacro, con un bilancio finale di 19 morti e 73 feriti tra gli americani. Clinton era presidente da pochi mesi e il trauma di quella disfatta ebbe su di lui un effetto duraturo, dissuadendolo dal coinvolgimento in operazioni terrestri (la guerra del Kosovo fu quasi tutta condotta dal cielo, per gli americani). Anche se “Black Hawk Down” non è il Vietnam, il ricordo rende ancora più importante il successo di Obama. «Gli Stati Uniti – avverte il presidente – non tollerano i rapimenti dei propri cittadini». 
Il presidente aveva già  ottenuto successi contro i pirati in mare grazie alla presenza della US Navy al largo delle coste somale. Ma è la prima volta che un’operazione di recupero di ostaggi avviene sulla terraferma, in una zona desertica considerata più ostica per l’intervento delle forze speciali americane che hanno dovuto inoltrarsi molto lontano dalle proprie basi. I due salvati sono operatori umanitari per conto di un’organizzazione danese, il Danish Refugee Council. Una è americana: Jessica Buchanan, 32 anni; l’altro è un cittadino danese, Poul Hagen Thisted. Sembra che i pirati avessero appena rifiutato un’offerta di riscatto per 1,5 milioni di dollari. Per Obama è il degno coronamento di 24 ore in cui ha galvanizzato le sue “truppe” su un altro fronte, quello delle elezioni di novembre. Lì la politica estera avrà  un ruolo marginale rispetto alla situazione economica. Ma il “neopopulismo di sinistra” sfoggiato da Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione, con la denuncia delle diseguaglianze e l’invocazione di una tassa sui milionari, sembra avere aperto qualche breccia nel fronte avversario: un sondaggio rivela che anche tra gli elettori repubblicani il 37% ritiene che i ricchi contribuiscano “meno del dovuto” al gettito fiscale.


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