Gramsci junior “Suono per il nonno”

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Vivere nella leggenda, o meglio nell’eredità  della leggenda, non è facile. Ma Antonio Gramsci junior, 46 anni, biologo e musicista, sembra riuscirci abbastanza bene. Sia nella vita di ogni giorno, a Mosca, dove insegna biologia e musica antica alla scuola italiana e in un liceo statale russo, sia nelle rare visite italiane, come quella a Torino di domani quando parlerà  e suonerà  durante la presentazione de Il nostro Gramsci, un lavoro collettivo nato sotto l’egida dell’Istituto piemontese che porta il nome del fondatore del Pci, al quale hanno partecipato 32 giovani studiosi, curato dallo storico Angelo d’Orsi. Una presenza non formale: da una ventina d’anni, il nipote di Gramsci, figlio di Giuliano, ha iniziato a studiare le opere del nonno, e a rileggerne la vita alla luce di documenti un tempo inaccessibili.
Come è nato questo interesse da ricercatore per suo nonno? 
«Mi sono avvicinato alla sua opera negli anni Novanta, quando ho iniziato a conoscere l’italiano abbastanza da poter leggere i suoi testi. Fino a quel momento, era una leggenda. Mio padre Giuliano era uomo di cultura. Parlava con affetto dei genitori, ma senza alcuna connotazione politica, a differenza di mio zio Delio, che era ufficiale della marina sovietica e membro del partito. Quanto a mia nonna Giulia, era una persona di grande dolcezza, ma preferiva non raccontare mai del marito morto, nonostante il continuo flusso di visite che riceveva dall’Italia nel Sanatorio per anziani bolscevichi dove visse a lungo. Ho sempre creduto che per lei quei ricordi fossero troppo dolorosi».
Perché la vostra famiglia ha scelto di restare in Russia?
«Perché sarebbe stato molto difficile andarsene. I documenti che ho studiato mostrano che ci furono diversi progetti, ideati soprattutto da Togliatti, per far trasferire lo zio Delio e mio padre in Italia, o almeno uno dei due. Immagino che la ragione fosse soprattutto simbolica. Ma da Mosca, nonostante i rapporti stretti e costanti con Togliatti, non arrivarono mai risposte definitive, né tanto meno positive».
Vi siete mai sentiti minacciati dal governo sovietico?
«Mai, o almeno che sappia io. Ci furono però momenti oscuri. Negli ultimi mesi di vita del nonno, quando non era più in grado di muoversi dalla sua stanza, i servizi segreti sovietici lo contattavano per avere notizie sull’attività  dei trotskisti a Mosca. Era evidente a tutti, e tanto più a loro, che Gramsci non aveva alcuna risposta da dare, ma era un modo indiretto di fargli sentire che lui stesso era in qualche modo ancora “sospetto” di trotskismo. Molti anni dopo, già  durante la perestrojka, mia sorella Olga andò in Finlandia e di lì in Svezia, dove vive. Chiese asilo politico, mio padre fu sentito dalla polizia, un fatto abbastanza normale».
Lei crede alle voci secondo le quali i comunisti italiani e sovietici preferirono lasciare Gramsci in carcere, come un simbolo, piuttosto che trattare per farlo tornare a Mosca?
«Allo stato dei miei studi, non esiste un documento che lo provi. Quando avrò finito di esplorare gli archivi statali, chiederò di accedere, come parente, a quelli del Kgb. E cercherò ancora».
Il pensiero di Gramsci può ritrovare attualità ?
«Assolutamente sì, ed è anche questo che mi motiva a studiare. L’Unione Sovietica ha prodotto disastri ma ha rappresentato l’unica esperienza di socialismo reale che si contrapponeva al liberalismo economico più sfrenato».
Quale è la salute della democrazia, oggi, in Russia?
«Sono più preoccupato per la corruzione e il degrado morale e culturale che per la fragilità  della democrazia. In Russia la politica è una questione di affari. Non potrei neppure dare la mano a un militante di Russia Unita (il partito di Putin, ndr): codardi che perseguono solo la carriera. In Italia, da quanto so, esistono ancora tensioni ideali, opinioni diverse ma non motivate solo dal denaro».


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