LETTURA SOSTANTIVO FEMMINILE LE DONNE CHE PER UN LIBRO SFIDAVANO SOSPETTI E TABà™

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Con la nascita dell’Europa moderna l’accesso delle donne alla lettura si fa più frequente e regolare. Fenomeni del genere hanno sempre una preistoria, talvolta lunga. Negli ultimi secoli del Medioevo, un nuovo modo di raffigurare il libro – non più come nell’Alto Medioevo chiuso o offerto (il che rinvia al libro come oggetto sacro e fonte di dottrina) ma aperto e letto – segnalava già  fondamentali modifiche nell’accesso alla cultura scritta, grazie alla lettura. In molte di queste rappresentazioni, il libro è tenuto aperto e letto da figure femminili, prima fra tutte la Vergine Maria. Ricostruendo la storia delle scuole a Venezia del Tre e Quattrocento, Gherardo Ortalli aveva già  avvertito che, malgrado l’impossibilità  di fornire dati precisi, non si può parlare allora di alfabetismo massiccio. Certo è che nel Cinquecento, anche per il progredire delle fonti scritte, come quelle del S. Uffizio, ora accessibili agli storici, il fenomeno appare più ampio e complesso. Lo dimostra il recente e importante libro di Xenia von Tippelskirch, Sotto controllo. Letture femminili in Italia nella prima età  moderna (Viella, euro 28). Si trattò di un fenomeno che dovette fare i conti con ostacoli di ogni genere, anzitutto di carattere sociale. Si è ad esempio calcolato che a Venezia verso la fine del Cinquecento quasi il 15 per cento dei “putti” andava a scuola da un maestro contro soltanto lo 0,1% delle ragazze peraltro nobili e cittadine. È vero che l’educazione delle ragazze avveniva per lo più in casa, il che rende difficile farsi un’idea più precisa del fenomeno. Ma è anche vero che proprio per questa ragione le ragazze di estrazione popolare rimanevano escluse da potere apprendere a leggere e a scrivere.
La percentuale di ragazze che avevano imparato a leggere in ambito domestico doveva comunque essere alta se, sempre a Venezia, alla fine del Cinquecento, circa il 13% delle donne sapevano leggere (contro però il 33% degli adulti maschi).
Preso nel suo insieme, l’alfabetismo in molte regioni dell’Italia nella prima età  moderna appare comunque più alto di quanto non si fosse pensato. Stando a Xenia von Tippelskirch è quindi difficile ora sostenere la tesi secondo cui l’alfabetismo nell’Europa cattolica fosse allora meno ampio rispetto all’Europa protestante del nord Europa.
Alle ragazze si insegnava a leggere ma non necessariamente a scrivere. A Venezia, nel 1584, in occasione della visita pastorale si ricorda alle monache del monastero di Santa Marta «che non dobbiate … insegnare alle fie che havete in monasterio a cantar sonar balar né scrivere». Per molto tempo in Europa, saper leggere non significava affatto sapere anche scrivere e questo divario valeva soprattutto per il mondo femminile. Inoltre, l’insegnamento doveva avvenire in ambiti ben definiti. Singolare è la vicenda che interessa un gruppo di «sei zitelle» che a Perugia accoglievano nella loro casa «una quantità  di piccole per imparare di leggere e cominciano dall’ABC». Il prete Giovan Stefano Spinola le aiutava, organizzandone il finanziamento e persino il vescovo di Spoleto espresse il suo apprezzamento. Richiesto dall’inquisitore di Perugia come comportarsi, il S. Uffizio ordinò però – siamo nel 1640 – di far sciogliere la comunità . La società  tout court assiste con sospetto a questo progressivo ampliamento della lettura femminile. Già  nella novellistica italiana dal Tre al Seicento, l’alfabetismo era considerato come un pericolo per la moralità  della donna. Ludovico Domenici,
autore di un diffuso trattato su La nobilità  delle donne (1565), riesce però a prendere le distanze parlando con ironia di certi «uomini da poco» che temono che se la moglie «legge i sonetti del Petrarca, le novelle del Boccaccio o i romanzi dell’Ariosto» rischia di perdere «la honestà  sua, et subito non si doni in preda a gli amadori suoi».
Talvolta, sono le stesse donne a farsi carico dei limiti imposti dalla società , laica e religiosa. Maria di Portogallo, moglie di Alessandro Farnese, che sapeva leggere in portoghese (la sua madrelingua), italiano, spagnolo e latino, si autodisciplina rifiutando di leggere «libri che trattassero d’amore, e a lei stessa ho sentito dire che mai non havea letto né Petrarca, né Furioso, se non una o due volte venti o trenta versi» (1578). Santa Teresa d’Avila racconta nella sua Vita (1601) che in gioventù «se non havevo qualche libro nuovo, non mi pareva esser contenta». Ma ora le pare «esser mala cosa di consumare molte hore del giorno, e della notte» nella lettura (si trattava dei romanzi cavallereschi, come Don Chisciotte), che considera «sì vano essercitio».
Non sorprende insomma se nel Cinquecento si impone un duplice ideale di lettrice – colta e devota. L’immagine della lettrice colta traspare, ad esempio, dall’aumento di libri che contengono dediche alle donne. Di 1.400 titoli cinquecenteschi scelti tra i formati piccoli nei fondi di tre biblioteche milanesi (Braidense, Trivulziana, Sormani), 134, ossia circa il 10%, sono dedicati a una o più donne. E’ una percentuale molto alta se messa a confronto con l’alfabetismo femminile in Italia.
L’immagine di lettrice colta deve però convivere con quella di lettrice devota. Nel suo Theatro delle donne letterate (1620), dedicato alla duchessa di Mantova Margherita di Savoia, Francesco Agostino Della Chiesa, cosmografo e storiografo alla corte sabauda, dirà  che Lucrezia della Rovere (morta nel 1579), essendo rimasta vedova «si diede alla lettione dele cose scritte in lingua
toscana, e in quella si compacque tanto», ma «tutto spendeva nel studio de buoni libri, e massime di quelli che trattano delle cose sacre».


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