Il fornaio Khader digiuna in cella L’ira dei palestinesi

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GERUSALEMME — Il Bobby Sands della Palestina, oggi, sarà  al giorno 65 di sciopero della fame. 30 chili di meno. Ammanettato a un letto d’ospedale. Descritto senza capelli e coi muscoli atrofizzati: «In pericolo di vita». Adnan Khader riceve familiari, deputati e Croce Rossa, ma non molla: ha rifiutato le cure a base di potassio, non vuole esami del sangue e dell’urina. Accetta solo zuccheri e sali, in minime dosi che lui decide. Se gl’israeliani non annullano la sua «ingiusta detenzione», se la Corte Suprema giovedì non lo lascerà  uscire, a 33 anni Adnan promette di diventare il primo martire per fame della storia palestinese. Come l’uomo dell’Ira che trent’anni fa si consumò in un carcere inglese. Gli manca poco: dopo 66 giorni, Bobby Sands morì. 
Se nei proverbi palestinesi è febbraio il più crudele dei mesi, quella di Khader è la più cruda delle proteste. Colpisce Israele al suo tallone d’Achille giudiziario, le «detenzioni amministrative» che consentono d’infliggere semestri di carcere per semplici sospetti, spesso senz’accuse specifiche o interrogatori di garanzia. Il panettiere di Kabatia fu arrestato a Jenin il 17 dicembre. 
Portavoce di Jihad islamica, movimento che vuole la distruzione d’Israele, è dal ’99 che entra ed esce di prigione, dove ha già  fatto sei anni. Stavolta ha deciso d’opporsi all’«umiliazione cui sono sottoposti centinaia di palestinesi»: 310 per l’esattezza, uno dei quali detenuto da oltre 5 anni, una ventina imprigionati da più di due. La sua battaglia sta scaldando le piazze: da Gaza, sono stati lanciati i Qassam; altri detenuti hanno cominciato lo sciopero della fame; 5 mila persone hanno manifestato a Jenin; ci sono stati disordini sulla Spianata delle moschee. Per Khader ha lanciato un appello Catherine Ashton, responsabile esteri dell’Ue. E un funzionario dell’Onu l’ha detto chiaro: «Se quest’uomo muore, rischiamo la terza intifada». Le autorità  di polizia non vogliono cedere, per evitare un precedente: la Corte suprema stabilì già  nel 2002 che queste carcerazioni preventive, teoricamente rinnovabili all’infinito, rispettano le convenzioni internazionali. Scrive un giornale vicino al premier Netanyahu: «Questa Guantanamo non piace a nessuno. Ma dobbiamo anche ricordarci che cos’è la Jihad». Aggiungendo che, per evitare un nuovo Bobby Sands, l’unica è l’alimentazione forzata: «Perché in Israele non abbiamo un’Iron Lady».


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