La masseria della lotta

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Nel mio gruppo già  il primo giorno mi ricordo della discussione che ebbi con il caporale che mi aveva rimproverato di non aver lavorato adeguatamente, cioè di non aver raccolto i pomodori caduti per terra. Quello fu un momento particolare perché si creò un elemento psicologico nuovo che diede la forza ad alcuni miei compagni di discutere anche loro con il caporale, molto esigente e aggressivo, che si faceva chiamare M., di nazionalità  sudanese. DURANTE le pause con i colleghi non sudanesi si criticavano le pratiche e i metodi di questo caporale; i braccianti sudanesi non prendevano parte alle discussioni per paura e in parte per “rispetto” di M., che veniva considerato da molti come il capo della comunità , nonostante si rendessero conto di quanto ingiusto fosse il suo comportamento. In seguito una buona parte di lavoratori sudanesi iniziò a partecipare alle discussioni e a prendere coraggio rivendicando singolarmente i propri diritti e pretendendo maggiore rispetto dal caporale.
Il primo giorno dello sciopero era la mia quinta giornata di lavoro e si percepiva una sorta di nuova unità  tra di noi che, finalmente, non era legata alla nazionalità . Anche nel campo si respirava una tensione condivisa pronta a esplodere. I lavoratori avevano cominciato a parlare delle condizioni di lavoro e M. iniziava a temermi forse perché ero uno studente universitario ed ero riconosciuto, anche per questo, come punto di riferimento tra i lavoratori.
Sabato 30 luglio c’era un datore di lavoro italiano nei campi: egli chiese a M. di farci raccogliere solo i pomodori migliori, un’ulteriore operazione di selezione che avrebbe rallentato enormemente il nostro lavoro e diminuito la nostra paga. M. voleva fare bella figura e mostrare al suo capo italiano come governava il suo gruppo di lavoratori. Si avvicinò a un mio collega ghanese e gli disse che stava lavorando male, minacciandolo di cacciarlo dal campo. Il ragazzo ghanese non si lasciò intimidire e lo accusò di privilegiare i sudanesi; la discussione continuò finché io e un altro lavoratore di origine ghanese ci avvicinammo per cercare di mediare, chiedendo a M. di alzare il prezzo del cassone da tre e cinquanta a sei euro. Quel faticoso lavoro di selezione doveva essere pagato in modo adeguato. M. si rifiutò, ma noi insistemmo, forti del fatto che tutti gli altri braccianti che fino a quel momento non erano intervenuti si erano fermati e uniti alla protesta. A quel punto le nostre differenze nazionali si dissolsero e anche i sudanesi si unirono alla contrattazione. Davanti all’ostinazione del caporale abbandonammo tutti insieme il campo e tornammo alla Masseria.
Di solito a quell’ora della giornata il campo è quasi deserto perché la maggior parte dei lavoratori è nei campi; in effetti c’erano solo quanti non avevano trovato occupazione. Spiegammo a loro e ai volontari delle associazioni Brigate di solidarietà  attiva e Finis Terrae, che si occupano della gestione e dei servizi dentro il campo, perché eravamo tornati così presto e insieme agli altri migranti andammo a fare il primo blocco stradale sulla provinciale Nardò-Lecce; eravamo una trentina. Le forze dell’ordine, intervenute quasi subito, ci consigliarono di non continuare a bloccare la strada perché era contro la legge. Cosi ritornammo all’interno della Masseria e due ore dopo facemmo la nostra prima riunione tra il commissario di polizia di Nardò, la Cgil e le associazioni Finis Terrae e Bsa, che sostenevano le nostre rivendicazioni. La sera, dopo che i nostri colleghi erano tornati dai campi, abbiamo fatto la nostra prima assemblea auto-convocata sotto gli occhi dei media spiegando perché scioperavamo e quali erano le nostre rivendicazioni: volevamo i contratti regolari, la fine del caporalato, contatti diretti tra aziende e lavoratori, l’apertura di un centro per l’impiego dentro la masseria, un aumento del salario, più medici, miglioramento dell’accoglienza e delle condizioni di vita dentro il campo. Eravamo pronti a non ritornare al lavoro fino a quando le nostre rivendicazioni non fossero state accolte.
Quella sera la “parola d’ordine” era che nessuno doveva andare a lavorare; per assicurarci che tutti rispettassero la decisione e per agire in anticipo sui caporali ci siamo svegliati un’ora prima della partenza abituale dei lavoratori, verso le due di notte, per fare i picchetti in tutti i punti d’ingresso e uscita della Masseria. È stato un successo totale. Di solito a quell’ora ci sono un sacco di persone che si preparano per andare a lavorare e i furgoncini dei caporali riscaldano i motori per trasportare i lavoratori, ma quel giorno quasi il 90% di loro dormiva ancora e i pulmini dei caporali erano fermi. Solo verso l’alba qualche persona e alcuni veicoli si avvicinarono, ma con fermezza ricordammo e spiegammo loro la necessità  di scioperare. Eravamo determinati e abbiamo evitato le risse e gli scontri; anche se non sono mancate ingiurie e minacce da parte di caporali arrabbiati di perdere una giornata di lavoro. Non volevamo correre il rischio che lo sciopero si impantanasse in una descrizione mediatica di scontri tra stranieri, una strumentalizzazione che siamo riusciti a evitare. Volevamo che la gente sapesse che il nostro sciopero era una rivendicazione sociale, volevamo essere considerati come lavoratori che meritano tutti i diritti: un contratto regolare, l’indennità  di disoccupazione, gli strumenti di lavoro come i guanti, le scarpe anti-infortunistica.
Le difficoltà  culturali e linguistiche erano molte, non era facile trasmettere il messaggio ad altri colleghi. C’erano quelli che parlavano francese come i burkinabe, gli ivoriani, i togolesi, i beninesi; altri parlavano l’inglese come i ghanesi, i nigeriani, gli etiopi, i somali; altri parlavano l’arabo, come i sudanesi, i tunisini, i marocchini, gli egiziani, gli algerini. Abbiamo pensato di creare una “direzione” composta da membri di ogni comunità , e così si è creato un gruppo di tre tunisini, due sudanesi, due burkinabe, un ghanese e io. Andavamo a trasmettere i messaggi alla nostra comunità  linguistica, facevamo le assemblee ogni sera con l’obiettivo di discutere con i lavoratori la situazione e per cercare di tenere duro fino a quando le aziende non fossero venute a farci contratti regolari e non avessero smesso di farci lavorare con i caporali.


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