Greenpeace: «Mediterraneo a rischio per le trivellazioni»

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Poi l’allarme è in parte rientrato: l’assenza di una falla nel mercantile panamense – per fortuna – e soccorsi immediati hanno evitato il peggio. Tuttavia l’incidente di ieri accende i riflettori su una zona particolarmente sensibile del Mediterraneo. E, soprattutto, oggetto di una brutta pagina nella storia recente delle nostre politiche ambientali. Ne parliamo con Greenpeace e con la responsabile della Campagna Mare dell’associazione ambientalista, Giorgia Monti, che ieri ha lanciato l’allarme sugli scenari petroliferi italiani definendoli «preoccupanti».
Allarme rientrato a Taranto.
Esprimiamo sollievo, perché in un bacino chiuso come il Mar Mediterraneo – che già  sopporta il 30% del traffico mondiale del petrolio – l’effetto avrebbe potuto essere devastante. Ma le prospettive sono purtroppo nere.
Perché?
Anche se se ne parla poco, in Italia sta andando in scena una vera e propria corsa all’oro nero, che in ecosistemi fragili come quelli del Mediterraneo, e in zone a già  alto inquinamento come il golfo di Taranto, sono ovviamente micidiali.
Quali tutele sono previste?
Nel 2010, sulla scorta dell’allarme mondiale dopo l’incidente nel golfo del Messico, anche il governo italiano approvò un decreto – il 128 – voluto dall’allora ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che tentava di arginare prospezioni e trivellazioni, almeno nelle zone più delicate. Vi si prevede che non si possano autorizzare a 5 miglia dal limite della costa e a 12 da quello delle aree protette. Il limite veniva misurato sulla cosiddetta «linea base», che una legge del 2006 calcolava a partire dalle punte estreme del territorio. Per capirsi: la linea base nella zona del golfo di Taranto andava calcolata da Santa Maria di Leuca alla Calabria, cosicché il golfo diventava automaticamente «acqua interna».
Ma?
Ma purtroppo gli interessi erano troppo forti: proprio nel golfo di Taranto le richieste in attesa di autorizzazione per le trivellazioni erano diverse, e di compagnie petrolifere importanti come Shell, Petrolium Uk, la stessa Eni. Le pressioni furono fortissime. E nel 2011 fu approvato un decreto legislativo – il 121 – che modifica la legge del 2006, cosicché ora la «linea base» si calcola in modo diverso. E il golfo di Taranto rientra nelle aree in cui sono consentite prospezioni e trivellazioni.
Quindi è stata modificata la legge del 2006 per «colpire e affondare» il decreto del 2008.
Esattamente, anche se occorre specificare che quel decreto arginava solo in parte lo sfruttamento petrolifero del Mediterraneo. Tant’è che sono state autorizzate trivellazioni in zone molto fragili come le isole Tremiti. E nel Canale di Sicilia, insieme ai comitati locali, siamo riusciti solo in extremis a evitare l’inizio delle esplorazioni, denunciando che la valutazione di impatto ambientale lasciava a desiderare.
Come mai l’Italia è al centro di tutti questi interessi?
Nel Mediterraneo ci sono alcuni giacimenti petroliferi, che per la verità  erano già  conosciuti. Solo che si trovano a una profondità  tale che un tempo la spesa non valeva l’impresa. Oggi le cose sono cambiate: il prezzo del greggio sale, le riserve diminuiscono. Si cerca anche l’ultima goccia. Che, ovviamente, è quella più difficile da trovare e il cui recupero è più rischioso. La verità  è che bisogna farla finita con gli idrocarburi fossili: il loro impatto continua anche quando vengono trasformati in carburanti, a causa dell’aumento della CO2. Bisognerebbe sostenere una «green economy», che creerebbe anche posti di lavoro. Invece di cedere agli interessi delle grandi compagnie petrolifere.


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