Il carbone di Unicredit

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A sottolinearlo è la Campagna «Unicredit fuori dal carbone», di cui fa parte anche l’italiana Crbm (Campagna per la riforma della Banca mondiale), che la settimana scorsa ha lanciato sul sito www.dilloaunicredit.org una petizione globale per chiedere a UniCredit di fermare i suoi investimenti e le sue relazioni finanziarie con l’industria dell’estrazione del carbone. Ricordiamo che è il combustibile fossile maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici in atto, proprio per il suo utilizzo nelle centrali per produrre energia elettrica. L’estrazione, la combustione, lo smaltimento dei residui materiali del carbone causano inoltre conseguenze devastanti sull’ambiente, la salute delle persone e il tessuto sociale delle comunità  che vivono vicino alle miniere e alle centrali, come testimoniano centinaia di esempi sparsi per tutto il globo. Dal 2005 si calcola che una ventina di grandi banche internazionali abbia contribuito al comparto del carbone per 171 miliardi di euro. In questo gruppo, tra i primi dieci istituti di credito europei, figura anche l’Unicredit con un totale di oltre cinque miliardi. Nell’ambito dei progetti più controversi sostenuti dalla banca italiana c’è l’ampliamento della centrale di Sostanj (Tes6) in Slovenia, a soli trenta chilometri dal confine con l’Austria, che per i prossimi quarant’anni terrà  vincolato ben l’80 per cento delle emissioni permesse al paese dagli accordi europei, e così finirà  per penalizzare la crescita del settore delle rinnovabili. I gruppi della società  civile domandano a Unicredit di ritirare il suo finanziamento per Sostanj, molto discusso sia per gli impatti ambientali che provoca che per la dubbia fattibilità  economica. Per il governo sloveno, che pure nel febbraio del 2011 ha concesso la licenza ambientale per la costruzione del nuovo blocco, la centrale non sembra una priorità  assoluta, mentre la polizia locale sta conducendo un’indagine per far luce su possibili atti illeciti legati al progetto. Un primo sviluppo di rilievo si è verificato proprio negli ultimi giorni, allorché la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) ha congelato a tempo indeterminato il prestito di 100 milioni di euro già  concordato negli anni passati. L’istituzione con sede a Londra ha voluto così cautelarsi di fronte a un rapporto della Commissione slovena anti-corruzione, reso pubblico lo scorso febbraio, in cui si denunciano l’assoluta mancanza di trasparenza nel processo di realizzazione dell’opera e soprattutto gravi irregolarità  nella gara d’appalto, che ha poi favorito la compagnia francese Alstom. Nel 2011 una sussidiaria svizzera della Alstom è stata condannata per corruzione di pubblici ufficiali in Lettonia, Tunisia e Melesia, mentre pochi mesi fa la Banca mondiale ha messo nella sua «lista nera» altre due controllate della multinazionale per pratiche illecite in Zambia. Le Ong slovene e internazionali che hanno fatto pressione sugli alti vertici della Bers affinché prendesse questa decisione ora chiedono a gran voce che anche la Banca europea per gli investimenti (Bei), la banca di sviluppo dell’Unione europea, si regoli di conseguenza, sospendendo il pagamento dell’ultima tranche del prestito di 440 milioni di euro. Vista la situazione a dir poco complessa, Unicredit potrebbe iniziare proprio da Sostanj una revisione delle sue strategie di investimenti finanziari, virando verso il sostegno alla produzione di energia rinnovabile e a iniziative volte a ottimizzare l’efficienza energetica.


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