L’Aquila, la pompei del xxi secolo

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La prima, e la meno grave, è il terremoto di cui ricorre il terzo anniversario. La seconda, peggiore del terremoto, è la pessima gestione dell’emergenza, dovuta a scelte irresponsabili del governo Berlusconi. Più allarmante è la terza causa: la nostra cecità , la riluttanza ad ammettere che in tre anni si sono risolti ben pochi problemi, anzi se ne sono creati dei nuovi. Molti italiani credono in buona fede che nella città  martoriata ferva la ricostruzione. Altri, pur sospettando quanto grave sia la paralisi, si consolano con qualche buona notizia, come il restauro Fai della simbolica Fontana delle 99 cannelle, o si accontentano degli annunci che piovono ogni tanto. Onna, per esempio è un cumulo di rovine, non una casa è stata ricostruita (nemmeno la chiesa): la Germania, nel ricordo dell’eccidio nazista che vi avvenne nel 1944, ha costruito solo una “sala multifunzionale” accanto ai baraccamenti degli sfollati. Ed è già  qualcosa, visto che quasi tutti i Paesi che al G8 avevano dispensato promesse si sono dileguati. Più generoso ed efficace di tutti, il Kazakistan; qualcosa hanno dato anche Francia e Giappone, nulla dagli altri, compresi Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna. 
Nelle strade deserte del centro si allineano spettrali impalcature, sulla navata delle chiese sventrate svolazzano teloni di plastica che il vento ha strappato dagli ormeggi. Un silenzio irreale pervade le piazze, quasi stilla dalle pietre, dalle orbite vuote delle case. Qua e là  la traccia di un cantiere di ricostruzione, invariabilmente abbandonato. Case, banche, palazzi pubblici avvolti in una selva di tubi che ne impediscono il crollo ma non ne preparano la resurrezione. Un unico bar aperto, quello del famoso torrone dei fratelli Nurzia; non più di due o tre persone che si aggirano silenti nella città  fantasma. La vita è altrove, nelle new town volute da Berlusconi: quasi ventimila aquilani deportati in città -satellite dove non c’è un bar, non un’edicola, una piazza, una scuola, una chiesa, un luogo d’incontro. Quartieri-dormitorio, sorti in fretta su terreni già  agricoli e dati in comodato agli sfollati, con loro convenienza economica; ma a prezzo di non rivedere mai le proprie case, di non poter neppure portare nella nuova casa il letto o il tavolo di quella vecchia (non c’è spazio, sono in comodato anche i mobili); di disgregare il tessuto sociale. 
Questo svuotamento di memoria e socialità  risponde a un progetto consapevole, lo stesso che fu fulmineamente concepito, la notte del terremoto, dal costruttore Piscicelli. Parlando al telefono con il cognato, i due sghignazzano sinistramente: per loro il terremoto porta cemento, porta affari. È per loro beneficio che, trasformando il centro dell’Aquila in una Pompei del XXI secolo, si è puntato non sulla ricostruzione né su villaggi temporanei, ma su permanenti “città  nuove” che sono piuttosto altrettante non-città  (per la precisione diciannove, distanti da 3 a 15 Km dal centro, e fino a 30 Km l’una dall’altra). Quanta differenza da altri terremoti, come quelli del Friuli o dell’Umbria, quando la ricostruzione dei centri storici si dava per scontata! Quanta strada abbiamo percorso, in pochi anni, verso il fondo dell’abisso! All’insegna, si capisce, dello “sviluppo”, identificato con la cementificazione di territorio già  agricolo. Perciò L’Aquila non è una città  qualsiasi: vittima sacrificale di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile, essa è il simbolo di un’Italia asservita alla cinica retorica della crescita senza fine che governa la nuova urbanizzazione e spalma di cemento l’intero Paese. Si aggira intanto per l’Aquila il “popolo delle carriole”, che di quando in quando invade pacificamente il centro, ripulisce un po’ di macerie, ricorda a se stesso (e a noi) che L’Aquila non può morire. 
Il ministro Barca ha recentemente annunciato un progetto sulla città , a quel che pare elaborato da funzionari Ocse e ricercatori olandesi. Cominciamo male, con un frivolo slogan: trasformare l’Aquila in una smart city. Continuiamo peggio: perché L’Aquila diventi intelligente occorre farne «un prototipo, un laboratorio vivente, uno studio di caso, che sfrutti nuove tecnologie per migliorare la qualità  della vita». La ricostruzione? Può aspettare, anzi è sbagliata «l’intenzione di ricostruire prima e poi trovare i mezzi per progredire». Bisogna, anzi, «spostare il centro dell’attenzione dalla ricostruzione fisica allo sviluppo economico e sociale». L’Aquila dev’essere «adatta a nuovi modelli di business», candidarsi a capitale europea della cultura, e non toccare una pietra senza prima aver lanciato un concorso fra «architetti di fama mondiale», che intervengano sugli edifici cambiandone la destinazione d’uso per farne «luoghi moderni concepiti in maniera creativa, modificando gli interni e conservando le facciate storiche degli edifici». Insomma, «celebrare il passato» lasciando in piedi le facciate, costruire il futuro sventrandone gli interni. E poi, tanta tecnologia: energia pulita, Internet per tutti, città  cablata. Non una parola sul riscatto dei cittadini dall’esilio nelle squallide new town: per sentirsi intelligenti, smart, all’avanguardia, per volare «sulle ali dell’Aquila» (altro slogan del progetto) meglio rimandare la ricostruzione, puntare su concorsi di architetti e realtà  virtuale.
Rimandare la ricostruzione in nome di un roseo futuro tecnologico, consolidando in perpetuo l’espulsione dei cittadini nei ghetti delle new town, pensare al centro storico come terra di nessuno per esperimenti architettonici e (ipotetiche) soluzioni d’avanguardia: questa strategia non è nuova. Ricorda da vicino le dichiarazioni dell’onorevole Stracquadanio alla Camera (7 agosto 2010): «L’Aquila era una città  che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile; il governo avrebbe voluto fare una nuova università , una Harvard italiana, e ci è stato detto che volevamo cementificare». Intanto, si minaccia il trasferimento a Sulmona del Museo nazionale d’Abruzzo, già  collocato all’Aquila nel Castello; intanto, i 6 milioni offerti dalla Provincia di Trento sono destinati a costruire un nuovo auditorium di Renzo Piano che assai impropriamente dovrebbe sorgere nel parco del Castello (lo ha denunciato Italia Nostra). Condannata a morte, questa nobile città  italiana non può accontentarsi di architetture-spot o di farneticazioni tecnologiche. Se non vogliamo essere complici di Piscicelli e Stracquadanio, la priorità  è: riportare gli aquilani nelle loro case, ridar vita al centro storico.


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