Ucciso il mediatore Arsala Rahmani

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In Afghanistan, chi cerca la pace rischia di finire male. Così è capitato al mawlawi Arsala Rahmani, uno dei membri più autorevoli dell’Alto consiglio di pace, l’organo istituito nel 2010 da Karzai per favorire il negoziato con i gruppi antigovernativi. Lo scorso settembre a rimetterci la pelle era stato il capo dell’Alto consiglio, Burhanuddin Rabbani, già  presidente dell’Afghanistan, ucciso in casa sua. Due giorni fa è toccata invece al suo vice, Rahmani, l’uomo che ne aveva preso il posto fino a quando, ad aprile, Rabbani è stato sostituito con il figlio, il quarantenne Salahuddin. Quello di Rahmani – freddato con un colpo di pistola mentre si recava in ufficio – è un omicidio eccellente: è stato un noto comandante mujahedin durante gli anni ’80, per l’Harakat-e Enqelab-e Islami, giudice della Corte suprema alla metà  degli anni ’90, quando al governo c’erano proprio i mujahedin, e poi dal 1996 al 2001 ministro dell’Educazione nell’Emirato islamico d’Afghanistan (allora il potere era invece nelle mani dei «turbanti neri»). Con l’intervento militare degli Stati Uniti, ha deciso di abbandonare la guerriglia. 
Cercando di mediare tra le parti. Secondo quanto scritto a novembre 2010 su Foreign Policy dall’analista Anand Gopal, proprio Rahmani avrebbe favorito nel 2002 un incontro a Karachi che avrebbe potuto cambiare il futuro della guerra: a parteciparvi, c’era tutta la leadership talebana, incluso il mullah Omar, insieme ad alcuni funzionari del governo Karzai e dell’amministrazione americana. Obiettivo, convincere i Taleban a rientrare dal Pakistan – dove si erano rifugiati – in Afghanistan, deponendo le armi dietro la garanzia dell’incolumità . Sarebbe stata l’intransigenza e la miopia politica degli americani a far saltare l’accordo. E a cambiare l’esito della guerra. Da allora Rahmani ha continuato a cercare soluzioni politiche: nel 2002 – come ricorda Kate Clark dell’Afghanistan Analysts Network in una nota pubblicata ieri – ha ridato vita a uno dei più vecchi partiti islamici, Jamiat-e Khuddam ul-Furqan, i cui membri si sarebbero distinti negli sforzi per il negoziato. Sforzi vani, però: la vecchia leadership taleban, più incline al compromesso, con il tempo è diventata sempre meno forte. A crescere, sono stati invece gli esponenti più radicali, quelli meno disposti a perdere tempo con le formalità  diplomatiche e con i «trucchi» dell’Alto consiglio di pace. 
Nella dichiarazione con cui il 3 maggio hanno lanciato ufficialmente la consueta offensiva primaverile, i Taleban hanno minacciato anche i membri dell’Alto consiglio di pace. Eppure ieri si sono affrettati a prendere le distanze dall’omicidio di Rahmani. Alcuni media afghani hanno riportato invece la presunta rivendicazione del «Fronte Mulla Dadullah», dal nome di un noto comandante ucciso in Helmand nel 2007. Già  in passato il nome del gruppo era circolato sui media: gli analisti come Kate Clark si chiedono però se sia davvero un gruppo che si è separato dai Taleban o una sua frangia a cui è consentita – o che si consente – un’autonomia maggiore di quella normalmente permessa.


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