Putin soviet style, ritorno all’Urss

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MOSCA – Ritorno all’Unione Sovietica, scena uno: giugno 2012, tredicesimo anno dell’era Putin, Ekaterinenburg, Urali. Rotislav Zhuravliov, membro del parlamento giovanile, scrive al comando della polizia locale: «Ai sensi delle recenti disposizioni, chiedo l’autorizzazione a recarmi domenica mattina, tra le 10 e le 11, presso il mercato cittadino per comprare del pane in compagnia di 15 amici di cui allego generalità  complete». Autorizzazione concessa. L’acquisto del pane avverrà  sotto la scorta di 10 agenti del reparto “Omon” in assetto antisommossa.
Ritorno all’Unione Sovietica, scena due: una settimana dopo, San Pietroburgo, via Furshtatskaja 15, consolato generale degli Stati Uniti. Fermati, e trattenuti in caserma per una notte, 22 giovani che sostavano davanti al portone «acconciati con parrucche nere e ricce e recanti immagini del popolare cantante Michael Jackson di cui ricorreva l’anniversario della morte. Il raduno non era stato autorizzato». 
Ritorno all’Unione Sovietica, scene successive e future: luglio 2012, Mosca, Okhotnyj Riad 1, sede della Duma. Il Parlamento russo discute tre leggi proposte dal partito di governo Russia Unita che intende farle approvare entro la fine dell’estate. La prima è già  praticamente in porto. Prevede l’imposizione dello status di “agente straniero” a ogni organizzazione che usufruisca di capitali provenienti dall’estero. Tra queste tutte le ong internazionali che si occupano del controllo sulle elezioni, quelle ecologiste come il Wwf russo, ma anche la “fondazione Mikhail Gorbaciov” e il “gruppo di Helsinki” per i diritti umani dell’84enne Ludmjla Alekseeva, amica e compagna di lotta del dissidente sovietico Andrej Sakharov.
La seconda legge propugna la formazione di circoli letterari, sportivi e artistici, finanziati dallo Stato che iscrivano giovani dai 15 anni in su allo scopo di «distoglierli dall’influenza negativa di chi li istiga a scendere in piazza a protestare». La terza chicca riguarda i simboli. Alla lista delle immagini fuorilegge, che adesso comprende la svastica e altre icone del nazismo, andrà  aggiunto un nuovo elenco che include, tra gli altri, i ritratti del Che Guevara e il fatidico nastrino bianco usato nelle manifestazioni anti Putin.
Aggiungeteci che il 30 luglio sarà  il 75esimo anniversario del famigerato “ordine 00447” che diede il via al Terrore Staliniano, e capirete il brivido che percorre gli oppositori militanti, qualche intellettuale, e anche molti cittadini abitualmente agnostici. Niente, sia chiaro, evoca minimamente quegli anni tragici di deportazioni, gulag, fucilazioni di massa. Le forzature di qualche blogger particolarmente immaginifico e di certi politologi dalla retorica facile, suonano un po’ esagerate passeggiando per le strade di un Paese dove Internet è ancora libero e di facile connessione, dove tutti i miti buoni e cattivi dell’Occidente mantengono diritto di cittadinanza, e dove l’ex presidente, adesso premier, Dmitrj Medvedev continua a ripetere quanto sia importante «ascoltare le opinioni e i malesseri di tutti i cittadini». Ma l’inquietudine e la sensazione di oppressione crescono insieme alla paura di una sempre più scientifica restrizione delle libertà  individuali. Come se in un momento di particolare difficoltà  e davanti a un crollo di popolarità  certificato dai rari sondaggisti indipendenti, Vladimir Putin si stesse affidando ai vecchi metodi di una volta. Quelli che, secondo un durissimo editoriale del New York Times, intitolato Soviet Style, gli suggerisce «il suo istinto bullesco da ex agente del Kgb». Toni che non aiutano a migliorare le cose. Perché il Cremlino reagisce minacciando rabbiosamente «severe ritorsioni» e anche le cronache di politica estera finiscono per evocare tra la gente i tempi difficili della Guerra Fredda.
E non sono solo le questioni di facciata a riaccendere la tensione tra Mosca e Washington. L’atteggiamento russo nei confronti della crisi siriana, l’eterno scambio di frecciate velenose sullo scudo spaziale in Europa, fanno quasi parte del folklore del momento. A mettere gli Stati Uniti, e molti russi, in apprensione, c’è invece il progetto che lo stesso Putin ha teorizzato pochi mesi fa, di riprendere le redini dell’ex impero sovietico attraverso una fitta rete di accordi economici e doganali, consolidarsi come potenza euroasiatica, insomma ricostituire la grande influenza politica e militare di un tempo, più o meno sullo stessa mappa geografica. Del resto proprio Putin in persona aveva sconvolto in tanti tempo addietro definendo la fine dell’Urss come «la più grande catastrofe geopolitica della Storia».
Un po’ per giocare all’anti eroe, un po’ per mantenere il piglio spavaldo che lo ha reso famoso, il blogger anticorruzione Aleksej Navalnyj, leader naturale delle proteste di piazza, non crede ai ritorni al passato: «Non montiamoci la testa. Qui non rischiamo i gulag o i colpi di pistola alla nuca. Il mondo è cambiato non si può sparire nel nulla senza lasciare traccia. Certo, ci renderanno la vita sempre più difficile ma, finora, sono tutti rischi accettabili davanti alle prospettive di cambiare le cose». Intanto però i giudici hanno aperto la terza indagine nei suoi confronti alla ricerca del generico e opinabile reato di “estremismo” sancito dalle ultime leggi. La polizia ha perquisito casa sua, l’ufficio, e perfino l’appartamento della suocera. E un gruppo anonimo di hacker, che giurano di «essere spinti solo dall’antipatia per il personaggio», hanno rubato tutta la sua posta privata regalandola a giornali governativi che la esaminano in lunghi articoli alla ricerca di frasi compromettenti.
Metodi d’altri tempi applicati alle nuove tecnologie. Lo scrittore Boris Akunin ammette fatalisticamente: «C’era da aspettarselo. Nel momento di difficoltà  e di contestazioni, nel potere russo scatta sempre il riflesso sovietico». Probabile. Quello che è da capire è semmai quanto i vecchi metodi siano realmente applicabili a tanti anni di distanza. La preoccupazione per le restrizioni della libertà  stanno contagiando una fetta della popolazione che era rimasta fuori dalle proteste cominciate nel dicembre scorso. Altri, più concreti, problemi si affacciano all’orizzonte. La crisi economica, che il crollo del prezzo del petrolio su cui si regge l’economia russa renderà  inevitabile nei prossimi mesi, è una minaccia spaventosa. Già  il mese scorso i prezzi delle tariffe energetiche e della benzina si sono triplicati e altri aumenti sono previsti prima della fine dell’anno. Il costo della vita sale vertiginosamente anche nella tranquilla, sterminata, provincia russa. Il malessere non più legato solo a questioni di principio ma comincia ad avere ripercussioni dirette. Lo sanno bene i ragazzi dell’opposizione che hanno cominciato a girare per il paese facendo illegale campagna porta a porta. Il dissenso si allarga dalla fascia giovanile, medioborghese, delle grandi città  alle fabbriche e alle campagne. Navalnyj non prevede tempi brevi ma crede ancora nel cambiamento: «Se qualcuno sogna di tornare all’Urss, si sbaglia. Il governo ha scelto una strada sbagliata ma prima o poi dovrà  cedere». Intanto arrivano notizie di nuove leggi preparate apposta per lui. Più di uno tra i consiglieri di Putin è convinto che la linea dura sia la sola strada per salvare il potere e superare così il momento difficile. Lo spettro dell’Unione Sovietica è già  ben visibile. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se sarà  riesumato definitivamente o riposto con cura negli archivi della storia.


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