I minatori non vedono la luce

«Vorrei chiarire che non sta scritto da nessuna parte che la miniera debba chiudere il 31 dicembre, il governo non ha mai posto tale problema. La decisione di tenerla aperta o meno è solo nelle mani della regione Sardegna». Al quinto giorno di protesta i minatori della Carbosulcis si sono svegliati con le parole in vena di rassicurazione del sottosegretario allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti. «Sappiamo che la miniera ha problemi di bilancio, in perdita – ha spiegato De Vincenti – quindi bisogna migliorare la situazione considerando anche progetti di riconversione. Noi invitiamo la regione Sardegna a presentare un progetto di riconversione sostenibile per la collettività . Quello presentato costa 250 milioni ogni anno per otto anni e finisce sulle bollette della corrente elettrica degli italiani». Ma giù, nella protesta a meno 373 di profondità , le rassicurazioni non attecchiscono. Oggi ci sarà  l’incontro al ministero, ma nessuno si aspetta la soluzione salvifica. Si capisce dalle parole dei minatori e di un addetto ai servizi tecnici, tutti lavoratori della Nuraxi Figus che si avviano al sesto giorno di occupazione. Sulla lotta in corso parla per primo Luciano Macrì, un minatore di lungo corso. Le sue considerazioni mostrano preoccupazione. «Lavoro in miniera da 30 anni – racconta – sono figlio di minatore, ho difeso dunque la tradizione familiare. Il lavoro in miniera non è un gioco ma comunque è l’unica risorsa che ci rimane e non voglio perderla. Che cosa potrei mai fare alla mia età  se non il minatore? Oggi sento dire che questa miniera è destinata alla chiusura perché non ci sono i soldi per costruire la centrale elettrica. Ma perché quando si tratta di investire in Sardegna non ci sono mai i soldi? Ma non si possono reperire in qualche modo, per esempio tassando chi possiede le ricchezze? Non voglio restare senza lavoro, il governo dice che ci sono altre possibilità  oltre la costruzione della centrale? bene, ci facciano conoscere le alternative e le valuteremo». La sua preoccupazione cresce quando esamina i comportamenti dei partiti. «Non c’è da essere ottimisti, non emerge un interesse convincente da parte di nessuno, la politica è la grande assente in questa vertenza. Siamo lontani dalle promesse fatte durante la campagna elettorale di tre anni fa quando si rinnovò il consiglio regionale». Interviene poi Nicola Maccioni che non intende certo sottolineare la diversità  di ruoli tra minatori e ingegneri. «La lotta è di tutti: o riusciamo insieme a vincere questa battaglia difficilissima o saremo costretti ad allargare l’esercito dei disoccupati e a verificare direttamente la drammaticità  di chi non ha i mezzi per sopravvivere. Non dimentichiamo che il Sulcis ha una popolazione di 130.000 abitanti e che il 40% di questi è senza lavoro – dice mentre prova a recuperare un po’ di ottimismo – Mi aspetto comunque una soluzione positiva di questa vertenza: non so esattamente quale possa essere ma certamente non possiamo abbandonare la miniera senza avere un’alternativa. Quando ero ragazzo mi hanno detto tutti che dovevo studiare, era il solo modo per avere un futuro assicurato. Ho studiato, sono diventato ingegnere ma non ho visto miracoli. Faticosamente sono riuscito a trovare un’occupazione alla Carbosulcis, come addetto ai servizi tecnici; mi capita spesso di scendere nei pozzi per fare delle rilevazioni e delle analisi del terreno. Nel corso degli anni è certamente migliorata la destinazione dei materiali sterili (rappresentano circa il 30/40% del carbone estratto). In passato venivano abbandonati a cielo aperto con conseguenze devastanti dal punto di vista ambientale, oggi questi materiali vengono usati per esempio nelle costruzioni delle strade come sottofondi. Voglio dire, facendo questo esempio, che il lavoro nella miniera non è di per sé inquinante, si possono migliorare le condizioni e i risultati della produzione, si può anche creare la centrale che prevede l’introduzione della Co2 nel sottosuolo». Antonello Tiddia, anche lui operaio della Carbosulcis, manda un messaggio ai politici pronti a indossare il caschetto all’occorrenza: «In questa lotta difficile la cosa più importante è mantenere il massimo di unità  fra tutti i dipendenti. Non dobbiamo cadere nella trappola di quei politici, davvero pochi a dire la verità , che fanno finta di impegnarsi perché la vertenza si risolva positivamente. Non basta coprirsi il capo con l’elmetto per essere credibili, ci vuole ben altro, una coerenza in tutte le fasi della legislatura». Ieri hanno ricevuto una lettera dal presidente Napolitano, accolta come un auspicio, purché (i nostri interlocutori hanno sottolineato) «abbia davvero un seguito».


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