Il perito: per i veleni un morto ogni tre mesi

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TARANTO — «In questi giorni in tanti parlano di Taranto. Vorrei sentir dire con la giusta chiarezza, però, che in questa parte d’Italia c’è un vero disastro. Per la salute della gente e per l’ambiente». Il professor Annibale Biggeri, docente dell’università  di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, è uno dei tre saggi ai quali il gip Patrizia Todisco ha affidato il compito di radiografare il dramma di Taranto. Quel pool ha firmato la perizia epidemiologica che è una pietra angolare nei provvedimenti di sequestro degli impianti dell’Ilva che inquinano la città  pugliese. Professore, nelle conclusioni siete perentori. Scrivete che le emissioni di Ilva provocano malattie e morti. «Conoscevo già  la realtà  di Taranto. Ma del nostro lavoro che è andato avanti per un anno, mi ha colpito la chiarezza con la quale sono emersi gli effetti dannosi per la salute e la possibilità  di evidenziare i rioni in cui gli inquinanti incidono in maniera più drammatica». La vostra ricerca su quali dati si è basata? «Abbiamo analizzato la storia clinica degli abitanti di Taranto negli ultimi tredici anni. Si è evidenziato che all’incremento di pm10 industriale corrisponde un aumento della frequenza di ricoveri e di decessi. E abbiamo notato che il picco di ricoveri e l’eccesso di mortalità  per patologie riconducibili alle emissioni di polveri industriali si acuisce nel rione Tamburi e nel Borgo, ovviamente i più vicini agli impianti, con un morto ogni tre mesi. Stesso discorso al Paolo VI nel quale risiedono molti operai dello stabilimento siderurgico». L’aspetto che colpisce di più è l’incidenza dei tumori sui bambini di Taranto. «In età  pediatrica si è accertato un eccesso di tumori maligni del 25%. E questo è uno degli aspetti che consente di affermare che gli effetti sulla salute sono prodotti dall’inquinamento attuale e non solo da quanto avvenuto in passato». Ma quali sono i killer silenziosi che arrivano dalla grande fabbrica? «Parlerei di un cocktail di sostanze. Certamente il benzoapirene, ma dagli impianti industriali di Taranto fuoriescono anche tanti altri inquinanti come i metalli». L’Ilva si difende sostenendo che oggi la fabbrica inquina meno rispetto al passato… «Le rilevazioni delle centraline di Taranto confermano ancora oggi, a sequestro notificato, che le emissioni sforano la soglia di legge. Basta consultare il sito dell’Arpa. Dal 2004 gli sforamenti sono stati sempre oltre i limiti di legge tranne che nel 2009 quando sono stati leggermente al di sotto. Ma in quell’anno c’è stato un calo della produzione per motivi di mercato». Uno degli avvocati dell’Ilva ha argomentato che i livelli di pm10 di Taranto sono inferiori a quelli delle grandi città  del nord. «Argomentazione che si sgonfia se si valutano le rilevazioni nel quartiere Tamburi. Ci si può girare intorno se si vuole, ma l’attuale situazione di quegli impianti non è compatibile con la salute della gente”. Cosa farebbe se vivesse a Taranto? «Pretenderei i rimedi, anche se sono complicati e costosi. I tarantini meritano un’opportunità  e non una condanna irreversibile ».


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