TUTELIAMO CHI LAVORA PER IL MADE IN ITALY

Più volte ho avuto modo di sottolineare che il mutamento del paesaggio è il frutto di un processo economico che ha impoverito le nostre campagne di quell’umanità  contadina che garantiva non solo la bellezza dei luoghi, ma anche l’assetto idrogeologico dei terreni, i saperi e la memoria. Negli ultimi anni molte produzioni agricole sono presidiate e garantite da lavoratori stranieri, cosicché, mentre i media, i gastronomi e i politici esaltano il made in Italy alimentare, gli artefici di questo sistema sono i lavoratori di altre nazioni e continenti. Nelle mie Langhe la produzione dei vini pregiati è garantita da una comunità  di oltre diecimila macedoni con le loro famiglie; nelle stalle per le vacche da latte emiliane si trovano gli indiani Sikh; maghrebini e polacchi nelle malghe valdostane. Insomma, molti dei nostri gioielli gastronomici sono prodotti da cittadini stranieri. Nei casi sopracitati, l’integrazione è garantita da imprenditori agricoli sensibili e rispettosi dei diritti dei lavoratori. Viceversa, quando si tratta di lavori stagionali, il grado di inciviltà  di molti datori di lavoro è veramente impressionante. Fenomeni di caporalato nel Sud d’Italia, luoghi di accoglienza indecorosi, norme contrattuali violate e lavoro in nero. Il fenomeno si va estendendo in diverse parti del Paese, con la raccolta di frutta e verdura. Alcune settimane fa, nelle campagne di Alessandria fioccarono denunce da parte di braccianti verso aziende senza scrupoli, che speculavano sul lavoro, nel totale disprezzo delle norme. Da due anni, nella civilissima Saluzzo, nel cuore della provincia di Cuneo, la raccolta della frutta vede convergere centinaia di lavoratori africani che vengono accampati alla bell’e meglio in aree marginali della città . I comuni del territorio e la Caritas hanno messo in atto un po’ di ospitalità . Ma questa è stata insufficiente a garantire una sistemazione decorosa ai migranti. Questo encomiabile sussidio non può essere la regola dell’accoglienza, è compito primario dei datori di lavoro garantire un tetto a questi lavoratori, rispettare i contratti e le obbligazioni di legge. Vedere questi giovani dormire per terra su cartoni, senza riparo, costretti a cucinare all’aperto, senza luce e servizi igienici, senza assistenza medica (se si escludono alcuni medici volontari) è uno spettacolo indegno per un Paese civile. Il colpo d’occhio di questa specie di accampamento ricorda il grande film tratto dal libro di Steinbeck, Furore, dove masse di profughi senza lavoro cercano nella grande campagna californiana il Paese che avevano sognato. Troveranno solo miseria e guerra tra poveri. Vorrei ricordare ai conterranei quel testo del cantautore cuneese Gian Maria Testa che per primo ha espresso solidarietà  a questi lavoratori: «Eppure lo sapevamo anche noi? l’odore delle stive,? l’amaro del partire. […]? e la nebbia di fiato alle vetrine? il tiepido del pane? e l’onta di un rifiuto». Lo sapevamo anche noi, ma la memoria del nostro popolo è debole e occorre reagire con fermezza per ravvivarla. Spero che i sindacati assumano la tutela degli emigranti con più determinazione. Oggi i personaggi del Quarto stato di Pellizza da Volpedo avrebbero la pelle nera come questi contadini. Chiedo alle organizzazioni agricole, specialmente se hanno tra gli associati questi produttori di mele e kiwi, di non fare come gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia. Provvedano a porre in essere tutte le condizioni per assicurare il rispetto e la dignità  di queste persone. Ricostruiscano un tessuto sociale con la sussidiarietà  della società  civile ma con la responsabilità  primaria e gli oneri a carico dei proprietari dei frutteti, nessuno escluso. Solo così si estirperanno i pregiudizi che stanno alla base di comportamenti antidemocratici che impediscono una corretta integrazione. Solo così si sanerà  una ferita che non fa onore alla grande tradizione contadina di questo angolo di Piemonte.


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