Dove ha fallito la destra

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Gli ultimi dati esaminati della congiuntura tedesca volgevano ad una previsione negativa, soprattutto per il calo della domanda europea. I nuovi, sui quali si sta ancora lavorando, si presentano più complessi da interpretare e questo forse può essere alla base di recenti dichiarazioni di speranza.
Il professor Monti ha parlato di luce in fondo al tunnel, e lo stesso Mario Draghi si è espresso nello stesso modo. Naturalmente abbiamo bisogno tutti di vedere un po’ di luce dopo una crisi pesante, che è cambiata più volte, e che è destinata a produrre effetti ancora per lungo tempo, soprattutto nelle conseguenze sulla occupazione. Ma certo è che nella migliore delle ipotesi il rallentamento della discesa non vuole dire automaticamente invertire l’andamento profondo del ciclo né considerare superata la crisi. Ed anche che la tregua sui mercati dei debiti sovrani contiene in sé la possibilità  di considerare superata la fase acuta dell’allarme ma anche la strada opposta, in relazione all’efficacia degli strumenti individuati in sede europea, alle ricorrenti divisioni tra la Germania e gli altri Paesi, e alla evoluzione della crisi della Grecia e della Spagna.
Proprio per questo, è necessario riprendere il tema del bilancio economico e sociale dell’azione della destra nell’ultimo periodo della storia italiana e della seconda Repubblica. Fino ad ora ogni riflessione fatta ha  riguardato il tema politico istituzionale, con un bilancio finale fondatamente critico. Ma la stessa cosa si può e si deve dire, anche e soprattutto, per come è cambiata in peggio la condizione della nostra economia, della nostra occupazione, della qualità  della infrastrutturazione materiale e immateriale, e della condizione della nostra società .
Il nostro declino morale e culturale è insieme causa ed effetto del declino materiale e produttivo del Paese, e tutto questo ha reso la nostra società  più divisa, più ineguale e meno coesa. Due sono le responsabilità  principali: l’assenza di qualsiasi progetto di politica industriale e degli interessi produttivi del Paese, sostituito da logiche lobbistiche e affaristiche; l’assenza di qualsiasi disegno di riforma ed efficienza del nostro sistema di welfare, sostituito da logiche corporative, da interessi mercantili di privatizzazione, e da una delegittimazione di fatto della funzione e responsabilità  dei servizi pubblici, dalla scuola alla sanità .
La crisi internazionale ha poi fornito l’alibi mancante, ed il travaso di responsabilità  verso altri, giustificando l’inerzia di fronte al tracollo da parte dell’ultimo governo Berlusconi, e la situazione di sfacelo verso cui il Paese stava andando. Proprio la rimozione della crisi e delle sue conseguenze sul Paese segna l’atto più grave ed insieme più simbolico del fallimento del berlusconismo: la resa, il senso di impotenza, l’assenza di una qualsivoglia idea di fuoriuscita. E dà  ragione all’urgenza di in progetto di una ricostruzione insieme economica, sociale e morale. Per chi si è battuto in questi anni contro questa deriva, denunciando per tempo i rischi del declino progressivo del Paese, e ha visto un attacco a diritti e condizioni del mondo del lavoro come mai nel passato, è tempo di cambiare senza gattopardismi e senza che si provi a continuare senza dirlo nella vecchia politica.
Come non restare colpiti dal fatto che molti tra quelli che oggi plaudono alla fine di questa storia sono in realtà  gli stessi che l’hanno sostenuta e difesa anche quando erano chiari gli errori e le conseguenze a cui si andava incontro? A questi il governo Monti ha offerto una via di uscita da imbarazzi e silenzi. Ma una classe dirigente si misura non con il metro della furbizia ma con la trasparente ammissione di un fallimento e di un errore fatto. Se si vuole, beninteso, cambiare e rinnovare sul serio.


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