I quattro cavalieri dell’armata Romney

NEW YORK. La forza di Mitt Romney non si può capire senza guardare da vicino questi quattro intellettuali di punta. Sono quattro figure chiave nella penetrazione del credo liberista fino ai gangli più profondi della società  americana. L’agilità  di Romney consiste nell’usarli quando gli servono, e smarcarsene quando decide di “giocare al centro”. Il primo personaggio è un monaco guerriero di 56 anni, Grover Norquist, così descritto per il suo stile di vita austero e frugale “alla Ralph Nader”; e sposato con una palestinese musulmana. Fondatore dell’associazione Americans for Tax Reform, è il padre del “Giuramento di protezione del contribuente”. Tutti i repubblicani devono sottoscrivere quell’impegno solenne se vogliono avere una chance di vincere un’elezione: a sindaco, deputato, o presidente degli Stati Uniti. Romney non fa eccezione (l’unico dei candidati alle primarie che osò dissociarsi, Jon Huntsman, fu eliminato subito). Norquist incarna la filiazione diretta della destra del 2012 dalla “rivolta fiscale” che partì dalla California nel 1978, con la vittoria al referendum della Proposition 13.
Fu l’atto di nascita del moderno movimento conservatore, anti-tasse e anti-Stato, nella roccaforte di Ronald Reagan. L’albero genealogico conta: il vice di Romney, Paul Ryan, è un allievo di Jack Kemp, lo stratega delle politiche neoliberiste di Reagan. Il secondo personaggio ha anche lui radici in California, lo Stato dove la sinistra vince le elezioni ma la destra costruisce gli arsenali delle sue guerre ideologiche. Nel Claremont McKenna College, a ottanta chilometri da Los Angeles, ha il suo centro di potere Charles Kesler. Il suo libro su Barack Obama e la crisi del movimento progressista è la nuova Bibbia dei repubblicani. In quel saggio Kesler illustra la «minaccia statalista e socialista » che incombe sull’America da quando Obama è alla Casa Bianca. Kesler dirige la Claremont Review of Books, rivista di élite dell’intellighenzia che ha formulato idee e programmi per il movimento popu-lista del Tea Party. LaClaremont Review fa parte di un gruppo di riviste che raccolgono la punta “alta” del pensiero conservatore: le altre sono The American Interest di Francis Fukuyama, la National Review, The National Interest e il Weekly Standard di Bill Kristol. Da questi cenacoli di prestigio le idee si irradiano verso le masse grazie agli organi di più vasta diffusione, molti dei quali appartengono a Rupert Murdoch: la Fox News, il Wall Street Journal,
il New York Post, le oltre seicento radio locali che diffondono il talkshow di Rush Limbaugh. Il terzo personaggio, Robert Rector, è il “negazionista della povertà ”. Le sue tesi sono il contesto subliminale che spiega la celebre gaffe di Mitt Romney sul «47 per cento di americani che si sentono vittime, pretendono assistenza dallo Stato». Ricercatore e blogger alla Heritage Foundation, uno dei più importanti think tank della destra, Rector ha lanciato sul mercato politico un’apologia aggiornata dell’attacco al welfare: i poveri non esistono, cercare di combattere la miseria in America è «un’idiozia». Il quarto uomo è l’avvocato Jim Bopp Jr., il cui studio legale è nascosto nella più profonda provincia americana, a Terre Haute nell’Indiana. Bopp si formò come giovanissimo militante della nuova destra all’epoca di Barry Goldwater (l’ispiratore di Reagan), poi divenne un legale di punta nelle battaglie antiabortiste. Il suo trofeo più importante è un altro: è lui lo stratega dietro la vittoria delle grandi lobby economiche davanti alla Corte suprema, sancita nella sentenza “Citizens United vs. Federal Election Commission”, che dal gennaio 2010 ha consentito un afflusso illimitato di denaro privato nelle campagne elettorali.
La destra americana ha studiato bene Antonio Gramsci. Crede nell’intellettuale organico. Investe generosamente nell’istruzione e nella cultura: purché sia la sua. La rete dei pensatoi conservatori ha una vastità  di mezzi e una ramificazione senza eguali al mondo. I centri più ricchi e influenti sono The Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute, il Cato Institute. Attorno a loro gravita una galassia di associazioni, enti non profit, che fungono da cinghia di trasmissione, copertura delle correnti di partito più radicali: Citizens against Government Waste, Mercatus Center, The Manhattan Institute, il ricchissimo FreedomWorks finanziato dai fratelli Koch che sono i veri “padroni” del Tea Party (oltre che della seconda maggiore industria petrolchimica del paese, non quotata in Borsa e quindi sottratta a ogni dovere di trasparenza). Il Media Research Center ha per missione quella di esibire e denunciare «il pregiudizio di sinistra dominante nei mass media». Da una costola della Heritage Foundation è nata sette anni fa Townhall.com, cabina di regìa degli investimenti nei nuovi mezzi d’informazione dell’era digitale. Da questo universo Romney trae linfa vitale, senza diventarne ostaggio. Lo ha dimostrato sterzando al centro nel duello tv con Obama il 3 ottobre. Lo conferma il “rimpasto” della sua squadra di politica estera. È furioso John Bolton, l’ex ambasciatore all’Onu di George Bush, che era rimasto l’ultimo anello di collegamento con la tradizione dei neocon (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz). Bolton è stato emarginato, al suo posto Romney si è preso un moderato come Robert Zoellick che fu alla guida della Banca Mondiale. Alla convention repubblicana Romney ha rilanciato in grande Condoleezza Rice, che dalla sua Hoover Foundation (università  di Stanford) alleva una nidiata di esperti di geostrategia, molte donne, moderne e internazionaliste. La figlia di Cheney, Liz, e Kerry Healey, completano la squadra di politica estera. Restano i rapporti con Wall Street, che Romney gestisce attraverso il suo uomo della Goldman Sachs, Jim Donovan; e la proiezione verso Main Street (l’economia reale, l’industria) dove un portavoce è l’ex numero uno di General Electric, Jack Welch. Ma il mondo economico di Romney ha un’altra dimensione, interna alla chiesa mormone. Dalla famiglia Marriott proprietaria dell’omonima catena alberghiera, al fondatore e capo della compagnia aerea JetBlue, David Neeleman. Per finire con “l’intellighenzia della Business School mormone” uscita da Harvard (Kim Clark) e da Stanford (Henry Eyring), che oggi gestisce la sua università  privata, la Brigham Young University nell’Idaho.


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