Tasse, spesa, moneta. Tre lezioni dagli Usa

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Per la destra – i repubblicani che hanno il controllo della Camera dei Rappresentanti Usa – l’agenda è ancora il taglio del welfare e l’arretramento dello stato. È per questo che hanno rifiutato l’altroieri anche la modesta proposta dei democratici (in maggioranza al Senato) di aumentare le tasse su chi guadagna più di 250 mila dollari l’anno. Redistribuire o tagliare? È uno scontro tra paradigmi contrapposti, non tra proposte su cui si può mediare. Obama ha passato gli ultimi due anni del suo primo mandato a cercare compromessi con i repubblicani su un terreno in cui non sono possibili. Ha offerto grandi tagli al welfare, respinti come inadeguati dai repubblicani, inamovibili sugli sgravi fiscali ai ricchi e ai ricchissimi, le misure introdotte da Reagan e Bush (padre e figlio) che hanno riportato le disuguaglianze negli Usa ai livelli del 1929. Questo scontro politico tra paradigmi diversi sul ruolo dello stato può essere risolto solo da una vittoria politica. Quella di Obama nel novembre scorso non è bastata a riconquistare la Camera, ma l’occasione si ripresenta con le elezioni intermedie del 2014. A Washington (ma anche a Roma) il centro-sinistra può ridefinire su queste basi il terreno dello scontro elettorale – per una politica di giustizia economica e sociale – anziché inseguire l’agenda dell’avversario sul terreno che non gli appartiene.
La seconda lezione riguarda la riscoperta americana della politica economica. Gli Stati Uniti sono stati finora alla larga dall’austerità  imposta all’Europa e hanno così una disoccupazione in calo (7,9% a novembre, due punti in meno che in Italia) e un’economia che cresce (oltre il 2% di aumento del Pil 2012, quattro punti e mezzo più che in Italia). Sono i risultati che hanno riportato Obama alla Casa bianca, grazie a politiche «keynesiane» espansive che hanno sostenuto l’economia. Quelle fiscali hanno portato il deficit pubblico a circa 1.100 miliardi di dollari (il 7,5% del Pil); quelle monetarie hanno visto la Fed stampare dollari a tutto spiano fin dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008. Ma il 12 dicembre scorso è avvenuta una vera rivoluzione: la Federal Reserve ha annunciato che manterrà  i tassi d’interesse vicino allo zero fino a quando la disoccupazione non sarà  scesa sotto il 6,5%. La politica monetaria abbandona l’ossessione di limitare l’inflazione e diventa uno strumento per creare posti di lavoro. È una svolta che potrebbe chiudere il paradigma monetarista su cui è stata costruita la Banca centrale europea e l’Unione monetaria. Dal luogo più inatteso – la Fed Usa – viene la lezione che dalla crisi di questi anni si esce soltanto con il ritorno della politica. Una lezione fatta apposta per Draghi, Barroso e Merkel, ma anche per l’Spd in Germania e il Pd in Italia.
La terza lezione è che, se la politica non agisce, l’economia rischia davvero il baratro. Se Obama non fa votare le sue misure dal Congresso, il 1 gennaio scatteranno 600 miliardi di dollari di tagli automatici di spesa e nuove tasse, una manovra che pesa per il 15% della spesa pubblica Usa e che precipiterebbe il paese nella recessione. Lo stesso vale per il debito pubblico Usa, destinato a raggiungere il 31 dicembre 2012 i 16.400 miliardi di dollari (oltre il 100% del Pil), il limite finora autorizzato dal Congresso. Senza un accordo politico, lo sfondamento del tetto all’indebitamento e le mani legate della Casa bianca potrebbero portare alla fuga dai titoli del Tesoro Usa (in parte significativa comprati da investitori stranieri) e a un crollo di Borsa. Con un debito privato pari al 250% del Pil e i flussi finanziari che negli ultimi mesi hanno cessato di far affluire capitali a Wall street, la posizione finanziaria Usa si fa precarissima. Una nuova grande depressione è dietro l’angolo, se la politica non riesce a imporsi al comando dell’economia.


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