L’agonia di Mandela. «Tenuto in vita artificialmente»

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Mentre i muri del Mediclinic Heart Hospital si riempiono di fiori, auguri, dipinti, mentre il pellegrinaggio dei parenti e dei camion tv si fa più intenso sotto il sole del primo inverno sudafricano, nel reparto di terapia intensiva dove il padre del Sudafrica, «tenuto in vita artificialmente», giace da giorni per un’infezione polmonare che ha preso il sopravvento sarebbe difficile immaginare una «perfect end» se non fosse per l’eco di una scolaresca vestita di blu che fuori dalla clinica intona un coro squillante: «Madiba, Madiba».

È il nome del suo clan, Madiba, un appellativo onorifico che fu dato a un capo della tribù Thembo secoli fa, tra le colline brulle della provincia che oggi si chiama Eastern Cape. Da quelle colline sono arrivati ieri gli anziani della tribù per l’ultimo saluto a Madiba, e forse per pronunciare a mezza voce le parole con cui secondo tradizione una comunità «accetta» la morte di un proprio caro: «Siyakukhulula Tata», padre ti lasciamo andare.

A segnalare che tutto è pronto c’è la folla davanti all’ospedale e il saluto degli anziani, c’è l’arrivo del medico storico di Mandela che forse più di tutti conosce il suo corpo, le sue volontà su come dovrebbe essere «la fine». E a centinaia di chilometri di distanza, nel villaggio di Qunu dove Mandela è cresciuto dall’età di 9 anni, c’è un escavatore giallo che aspetta accanto al piccolo cimitero di famiglia. «Una semplice pietra con su scritto Mandela», così lui si immaginava la tomba. Non è così semplice, Madiba. La famiglia litiga su dove metterla. Forse è un segno di affetto, forse non è la «fine perfetta» che l’arcivescovo ha chiesto, pregando per un uomo che pure non ha mai abbracciato una religione (in galera partecipava alle cerimonie cristiane e musulmane).

Due villaggi in lotta: Qunu, dove il Nobel per la pace ’93 ha trascorso gli ultimi anni da pensionato. E Mvezo, a 40 chilometri, dove Nelson è nato e dove abita oggi il capo riconosciuto della famiglia, il giovane Mandla. C’è stato una riunione molto tesa, nella casa color pesca che si affaccia sullo stradone di Qunu. Mandla, da sempre caro a Madiba, se n’è andato sbattendo la porta: lui e i suoi vorrebbero le spoglie a Mvezo. La maggioranza della famiglia e della tribù dice Qunu. Anche se non c’è nessuna comunicazione ufficiale è Mandla che ha perso, perché un capo, nella tradizione Thembu, è tale perché governa con il consenso e non con gli strappi.

Così l’escavatore aspetta accanto al piccolo campo in leggera discesa dove sono sepolti i genitori di Madiba, dall’altra parte dello stradone, sotto lapidi di marmo. Fino al 2011 lì c’erano anche i resti dei tre figli, il maggiore Makgatho (padre di Mandla) morto di Aids, la sorella Makaziwe morta a 9 mesi nel 1948 e Thembekile scomparso ventenne in un incidente stradale. Nel 2011, con decisione unilaterale, il capo Mandla ha fatto riesumare i resti dei tre fratelli e li ha fatti tumulare a Mvezo. Ora gli è stato chiesto di riportarli dov’erano. Famiglia divisa, Sudafrica unito al suo capezzale. La fine quasi perfetta: «Vorrei dormire per l’eternità con un grande sorriso sul volto — disse Mandela in un discorso agli studenti nel ’96 — sapendo che chi resta avrà a cuore l’unità della nazione».

Michele Farina


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