Il rilascio dei palestinesi e lo (scarso) tempismo Ue

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I britannici — scrive il quotidiano Haaretz , che ha letto le minute — sono entusiasti e chiedono se le norme possano essere applicate agli individui, i coloni. I tedeschi e gli italiani temono che il calendario (politico) non sia stato ben studiato. I dubbi più forti arrivano dagli olandesi, preoccupati dalla reazione degli israeliani «proprio adesso che John Kerry vuole far ripartire i negoziati».

Il tempismo della Commissione Europea — le linee guida sono state pubblicate venerdì, lo stesso giorno il segretario di Stato americano ha annunciato la ripresa delle trattative — è stato criticato da Yair Lapid, il ministro delle Finanze israeliano che nella coalizione guidata da Benjamin Netanyahu dovrebbe rappresentare la voce moderata. «La decisione (più simbolica che distruttiva) — commenta in un editoriale pubblicato ieri dal quotidiano New York Times — può anche compiacere i campioni europei della pace, ma frenerà il rilancio di veri negoziati». Ieri Yuval Steinitz, ministro per gli Affari Strategici e le Relazioni Internazionali, ha riferito che il governo è pronto a liberare «un numero limitato di prigionieri palestinesi» per favorire il dialogo, non farà invece compromessi sulle questioni diplomatiche: «Con Kerry non è stato raggiunto alcun accordo sul congelamento delle costruzioni negli insediamenti».

 

Lapid continua: «Con un solo gesto la benintenzionata ma fuorviata gente di Bruxelles (non capisce fino in fondo le sfumature della nostra regione) ha rafforzato gli estremisti che adesso possono proclamare a Mahmoud Abbas (il presidente palestinese, ndr ): “Visto, abbiamo sempre avuto ragione, non devi negoziare, non ce n’è bisogno, la comunità internazionale farà il lavoro per noi”».

Anche Shimon Peres, il presidente e Nobel per la pace, ha lanciato un appello agli europei perché rinviassero la pubblicazione delle regole (che riguardano gli accordi dell’anno prossimo): «Le trattive devono avere la priorità, non implementate sanzioni irresponsabili che danneggeranno il dialogo. La mossa non è necessaria e arriva nel momento sbagliato».

Sandra de Waele, che fa parte della delegazione Ue in Israele, spiega che le linee guida sono un passaggio tecnico non politico: «Precisano un sistema già applicato e rendono esplicita una posizione che l’Europa sostiene da sempre: le zone occupate nella guerra del 1967 non sono riconosciute come parte di Israele». Ammette che il documento nasce anche «dalla frustrazione per le continue costruzioni negli insediamenti».

La stessa frustrazione accomuna ormai Haaretz e il giornalista più letto del giornale più venduto in Israele. Il quotidiano liberal ha pubblicato una vignetta in cui Catherine Ashton, il capo della diplomazia europea, tira un calcio a Naftali Bennett, ministro dell’Economia e leader dei coloni che aveva paragonato i palestinesi a dei frammenti di granata nel sedere, fastidiosi ma sopportabili.

Nahum Barnea ha scarnificato su Yedioth Ahronoth le reazioni del governo alla direttiva della Commissione e ha chiarito: «Gli europei stanno proponendo un pacchetto complesso. Come carota sono pronti a garantire sicurezza (inviando truppe sui confini) e accordi commerciali. Come bastone minacciano di aggravare la punizione per l’espansione delle colonie. E alla fine aiuteranno Netanyahu a calmare chi nel governo si oppone ai negoziati. Bibi potrà dire: ragazzi, rischiamo di perdere tutto, dobbiamo andare avanti».

Davide Frattini


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