Sopravvivere ai robot

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In fondo al tunnel della crisi, ci aspetta il compagno Baxter.
E c’è poco da far festa. Rapido, efficiente, instancabile, Baxter non è enorme e ingombrante: pesa 75 chili, quanto un uomo normale. Ed è abbastanza lento e misurato nei movimenti, da non rappresentare un pericolo, almeno fisico. Eppure, attenta alla nostra vita. Costa 22 mila dollari, a scendere, l’equivalente di un anno di salario. Ma, per quei soldi, lui ne lavora dieci. Non occorrono geni della finanza, su in consiglio di amministrazione, per fare due conti e decidere cosa converrà fare quando partirà la ripresa. Altro che compagno robot: Baxter ci sfilerà la sedia da sotto il sedere o la chiave inglese dalle mani. Anzi, in Italia non lo vediamo perché c’è la recessione, ma, nel mondo, lo sta già facendo. Ci sono 1,4 milioni di robot al lavoro nell’auto e nell’elettronica globali. La Foxconn, l’azienda che assembla i gadget della Apple, si prepara a installarne un milione. Se l’America indica il futuro, Robert Shapiro, che ha lavorato con le amministrazioni Clinton e Obama, segnala il caso di un’azienda in Alabama che, dal 2010, produce 300 mila freni in più l’anno, ma non ha assunto neanche un operaio.

Non è un caso isolato: i due professori del Mit, autori di “Race Against the Machine”, sottolineano che, fra il 2000 e il 2010, l’America non ha aggiunto neanche un posto di lavoro all’occupazione totale. La crisi lo ribadisce: mai l’occupazione, negli Usa, si è ripresa così lentamente dopo una recessione e mai gli investimenti in software e macchinari erano ripartiti così velocemente. Facile pensare che le due cose stiano insieme. La minaccia, peraltro, è universale. Anche la colf filippina o peruviana è sotto attacco. Willow Garage, un’azienda Usa, ha presentato un robot — chiamiamolo Jeeves — che piega la biancheria e versa la birra. A pensarci bene, potrebbe fare anche il portantino in ospedale. Insomma, milioni di posti di lavoro, pronti a svanire.
L’invasione degli ultracorpi due. Come salvarsi? Copiando i film di fantascienza: sfruttare le debolezze del nemico e, insieme, i propri vantaggi. Due professori americani, Richard Murmane (Harvard) e Frank Levy (Mit), spiegano come, in uno studio (“Dancing with Robots”) che può anche essere letto come un prontuario di autodifesa. Si comincia con la ricognizione delle forze in campo. I robot (o, più in generale, i computer) sono «veloci, accurati, ma piuttosto rigidi». Uomini e donne sono «lenti, sbagliano spesso, ma sono molto flessibili». Questa distinzione si riflette sul mercato del lavoro. Negli ultimi trent’anni, si è drasticamente ridotto il personale amministrativo, quello addetto alla produzione e alle riparazioni, in generale il numero di coloro che operano alle macchine. E’ invece aumentato il numero dei manager, dei tecnici, dei professionisti (i “creativi”), ma anche quello di chi svolge un lavoro fisico che, però, non sia di routine. I computer, dicono, infatti, Levy e Murmane, «hanno cambiato i lavori disponibili, le competenze che richiedono, i salari che pagano», ma non hanno fatto terra bruciata. Hanno colpito al centro della scala sociale, i lavori delle classi medie, risparmiando in alto e in basso. Perché la differenza cruciale non la fa il livello di qualificazione, ma il tipo di lavoro. Le previsioni del governo americano ne sono lo specchio: entro il 2020, l’occupazione Usa crescerà, mediamente, del 14,3 per cento. Ma, a crescere più della media, sarà, naturalmente, l’informatica, ma anche l’edilizia, i servizi sociali e, soprattutto, tutto ciò che riguarda la sanità, in particolare l’assistenza (oltre il 34 per cento di addetti in più).
Ne risultano come delle regole d’ingaggio, grazie alle quali sottrarsi alla concorrenza di Baxter e dei suoi simili. Regola numero uno: scegliere lavori non strutturati. I robot lavorano bene secondo regole predefinite, in situazioni codificate, in cui possono compiere scelte fra alternative anche molto numerose, ma previste. Le situazioni non strutturate sono, invece, quelle in cui, anzitutto, bisogna cominciare a raccapezzarsi e i comportamenti vanno inventati lì per lì. Il designer crea dal nulla, ma anche l’assistente sociale affronta, ogni minuto, una situazione diversa, mutevole, imprevedibile. Regola numero due: scegliere lavori che comportino adeguarsi al flusso di nuove informazioni. Reagire alle novità che, spesso, alterano radicalmente una situazione è quello che il cervello umano fa meglio. Vale per un chirurgo alle prese con una improvvisa emorragia, ma anche per l’idraulico e l’elettricista che devono impiantare i loro collegamenti in case una diversa dal-l’altra, per clienti con esigenze assolutamente particolari. Regola numero tre: se il lavoro deve essere manuale, non sia di routine. Non occorre mettere in campo falegnami e marmisti che siano sublimi artigiani. Basta pensare al cuoco o anche a come sgombrare una casa vecchia e tirare su le mura di una nuova.
Funziona, il manuale di Levy e Murmane? I due professori sono stati, magari, un po’ troppo ottimisti e, forse, non hanno ben presenti gli ultimi sviluppi della robotica. I computer diventano sempre più potenti e, dunque, in grado di esaminare, sempre più velocemente, un numero sempre maggiore di alternative. E Big Data, cioè la possibilità di ricorrere ad una mole smisurata di dati, significa che situazioni autenticamente inedite e imprevedibili saranno sempre più rare. Contemporaneamente, anche le situazioni cambiano, con una standard izzazione sempre più accentuata, che rende più facile il lavoro dei robot e meno costoso il risultato finale. Pasta e fagioli per tutti è più facile di cento menu diversi: il palato ne soffre, il portafogli ne guadagna. E l’edilizia prefabbricata, programmabile a misura di robot, mette a tacere il singolo cliente, ma accontenta, almeno un po’, tutti. In due parole: la direzione è quella indicata da Levy e Murmane, ma il tracciato della strada da percorrere cambia continuamente. E, allora, c’è la quarta regola del manuale. E’ racchiusa nel titolo della loro ricerca ed è identica alla raccomandazione che facevano gli autori di “Race Against the Machine”: “Dancing with the Robots”, con i robot si può imparare a ballare. Le nostre capacità sono complementari alle loro, si tratta di sfruttarle al meglio. Di fronte ad una casa in fiamme, sarà il robot a entrare, ma il pompiere fuori a decidere se bisogna salvare il bambino nella culla o il vecchio in carrozzella.
E’ assai dubbio, tuttavia, che ballare con i robot fornisca, d’incanto, un numero di posti di lavoro sufficiente a soddisfare l’occupazione disponibile degli uni e degli altri. Ma a Levy e Murmane, che di questo si occupano nelle loro carriere accademiche, interessa sottolineare un punto preliminare e decisivo. Se il destino è la collaborazione, gli uomini devono affinare al meglio le loro capacità. Una volta non essere analfabeti significava solo leggere abbastanza bene da capire le istruzioni. Ma questo lo fa il robot. Oggi, vuol dire saper fare una ricerca su Internet, cogliendo le poche informazioni utili da una marea di dati e informazioni. E’ una indicazione importante per qualsiasi politica scolastica. Una preparazione eccessivamente tecnica e specifica (come spesso piacerebbe agli imprenditori) ha il fiato troppo corto: uno può diventare bravissimo con un tornio, ma che succede se poi gli cambiano il tornio? Levy e Murmane fanno un esempio, ricavato dalla storia della Ford. Trent’anni fa, la Ford iniziò ad installare sistemi elettronici ad iniezione diretta al posto dei vecchi carburatori. Presto vide montare il numero dei reclami di garanzia, perché i meccanici, per lo più, non avendo capito il controllo elettronico, smontavano e cambiavano un pezzo dopo l’altro, sperando che qualcosa funzionasse. La Ford, allora, mise in piedi dei corsi di addestramento per i meccanici. Ma metà dei partecipanti non riuscì ad arrivare alla fine, perché non capiva i manuali: avevano imparato ad aggiustare carburatori, guardando altri che lo facevano. Ma questo non poteva spiegare loro come utilizzare un computer per testare componenti elettronici.


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