Letta avvia le consultazioni Renzi: no a diktat di Forza Italia

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ROMA — «Io non ce l’ho con Letta… Se il premier decide di fare cambiamenti nella squadra va bene, ma faccia lui». Con l’avvio delle consultazioni di maggioranza per l’Impegno 2014 parte anche la sfida tra Matteo Renzi e l’inquilino di Palazzo Chigi. Mentre il capo dell’esecutivo incontra la delegazione di Scelta civica il sindaco di Firenze avvia la sua diplomazia parallela. Pranza con Mario Monti e a sera, dagli schermi di Otto e mezzo (La7), torna all’attacco.
Sprona Letta a infrangere quel «totem ideologico dei primi anni 90» che è per lui il tetto europeo del 3 per cento, punzecchia Saccomanni, smonta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, sul rimpasto, prende distanze dal presidente del Consiglio e dal suo vice: «Io non diventerò mai come loro, non farò mai delle pressioni per mettere due ministri in più. L’idea che siccome ho vinto le primarie mi spettano tot ministri, tot sottosegretari, fa tanto vecchio stile… Io voglio cambiare l’Italia, non voglio poltrone».
Il timore che serpeggia tra Palazzo Chigi e l’ala governista del Pd è che il leader voglia andare a votare, cogliendo al balzo la palla dell’election day che Berlusconi gli lancia. Ma quando Lilli Gruber gli chiede se il suo quarantesimo compleanno, l’11 gennaio dell’anno prossimo, lo festeggerà a Palazzo Vecchio o a Palazzo Chigi, Renzi ride: «Non credo si voterà prima del gennaio 2015. Allora sarò a Palazzo Vecchio, penso. Ma non è importante dove sarò io, quel che conta è dove sarà l’Italia». Se si ricandida a sindaco non è dunque «per fare le scarpe a Letta», che incontrerà tra domani e venerdì per parlare del contratto alla tedesca.
Il premier ha fretta, vuole chiudere entro il 20 gennaio e per questo ha rinviato il vertice con la Turchia che era in agenda per il 17 a Istanbul. Ieri è salito al Quirinale per aggiornare Giorgio Napolitano su contenuti, metodo e percorso del confronto. Un rimpasto non è escluso e Letta sta valutando la proposta dei montiani di instituire un tavolo di maggioranza. Il problema è che Renzi va avanti per la sua strada, attento a non farsi imbrigliare in «giochini della vecchia politica». La sua priorità è la legge elettorale e il segretario avverte: «Niente diktat. Se non li fa il Pd, non può farli Berlusconi e nessun altro». Vedrà il Cavaliere? «A me non risulta, ma questa volta lo diciamo prima così evitiamo problemi». Ritiene «interessante» che Angelino Alfano abbia dato la disponibilità sul modello del sindaco d’Italia, ma per Renzi la soluzione del rebus si deciderà alla fine, «tutti insieme». A lui interessa il sistema «che fa più comodo agli italiani», basta che nessuno faccia «trucchettini» e che, chi vince, governi cinque anni.
Sulle dimissioni di Stefano Fassina dal governo, Renzi non torna indietro, né smentisce di aver sferzato l’ex viceministro: «Sapete perfettamente che Fassina ha fatto un gesto politico, la mia battuta è stata un pretesto». La rifarebbe? «Un viceministro dell’Economia non si dimette per una battuta, non siamo all’asilo, ma al governo del Paese… Capirei se si fosse dimesso perché il ministro chiede indietro 150 euro agli insegnanti». I panni democratici, il leader vuol lavarli in Direzione il 16 gennaio, non in tv: «Il problema del Pd è che, quando un segretario viene eletto, parte il gioco delle correnti. Ma io la mia corrente non me la faccio, mi dispiace». Altre sono le sue priorità e in cima alla lista c’è il Job Act, che d’ora in poi, per non essere accusato di esterofilia, Renzi chiamerà Piano Lavoro: più garanzie, sfida ai sindacati sul modello tedesco, taglio del 10% del costo dell’energia per le aziende, aumento della tassazione sulle rendite finanziarie come proposto da Davide Serra… E l’articolo 18? «Si guarda al dito e non alla Luna».
Per attuare la sua «straordinaria riforma del lavoro» il segretario andrà avanti anche a colpi di maggioranza, duellando con l’ala sinistra del Pd (e con la Cgil). Ma a Pier Luigi Bersani e alla sua famiglia il leader manda ancora un abbraccio: «Tieni botta, ti aspettiamo presto a Roma». Le polemiche sulla gestione «padronale» sono una ferita aperta, ma Gianni Cuperlo smentisce scissioni: «Per carità, fa freddo! Meglio stare uniti che ci si scalda».
Monica Guerzoni


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