Quote e nuovi concorrenti quel che resta dell’Opec

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«A Natale del 1973 andai a trovare mia figlia che studiava a Ginevra. C’era in tutta Europa l’austerity: le vie erano deserte, la città spettrale, l’angoscia palpabile. Mi dissi: ma tutto questo l’ho provocato io. E devo ammettere che qualche riflessione l’ho fatta». Queste parole ce le disse lo sceicco Zaki Yamani verso la fine degli anni ‘90 a Londra. Nell’inverno di quarant’anni fa, da ministro saudita del petrolio e potentissimo presidente dell’Opec, aveva decretato l’embargo energetico all’occidente per ritorsione alla fornitura americana di armi a Israele nella guerra del Kippur lanciata da Sadat per riconquistare il Sinai (perduto nella guerra dei sei giorni del 1967) e dalla Siria per la questione del Golan. I prezzi del petrolio erano quadruplicati in poche settimane, da 5 a 20 dollari al barile, il mondo intero era allo stremo. Il petrolio diventò così ufficialmente l’arma geopolitica formidabile che è ancora oggi. Yamani aveva in mano l’energia e l’economia mondiale.

Restò al suo posto fino al 1986, dopodiché si ritirò a Londra e fondò il Center for Global Energy Studies, uno dei più prestigiosi think-tank petroliferi del mondo. In quella veste, ormai vecchio e saggio ma con immutata assertività ieratica nello sguardo, l’avevamo intervistato.
Ma oggi, con lo “shale oil” americano, la potenza russa, i nuovi fornitori dal Brasile al Canada, i newcomers come Messico, Kazakistan o Angola, cosa resta del potere dell’Opec? Dobbiamo ancora guardare con timore e rispetto alle rituali riunioni semestrali a Vienna in cui vengono fissate solennemente le quote produttive? «Direi proprio di sì», risponde senza esitazioni Giuseppe Recchi, presidente dell’Eni. «L’Opec controlla ancora il 40% delle forniture mondiali di petrolio, una quota rimasta stabile da diversi anni che non c’è motivo per ritenere che scenderà». Certo, non è più il 70% dei tempi di Yamani, ma è abbastanza per determinare prezzi e tendenze del greggio, se non altro per l’ormai consolidata attitudine dei mercati a guardare all’Opec come riferimento. Persino le quotazioni interne americane, di quello che porta il suggestivo nome di Louisiana Light Crude, ne risentono. È bene ricordare, peraltro, che gli Stati Uniti stanno sì per la prima volta producendo più petrolio di quanto importano, ma quanto alla loro influenza internazionale hanno per legge forti limitazioni all’export, fissate proprio in occasione dell’embargo 1973, che Obama vorrebbe allentare salvo incontrare forti resistenze dai repubblicani. Il Dipartimento dell’Energia ha rilasciato qualche licenza all’export in questi anni, ma quasi esclusivamente verso il Canada.
Insomma non è male preoccuparsi per le tensioni interne all’Opec che potrebbero portare ad impennate dei prezzi. Il regno sunnita dell’Arabia Saudita, potenza dominante con 11 milioni di barili al giorno di produzione, regolati finora con il bilancino per mantenere la soglia di equilibrio Opec intorno ai 30 milioni (il che significa poco più di 100 dollari al barile di quotazione), non vede di buon occhio la ripresa degli sciiti dell’Iran, che invece spingono perché con l’allentamento delle sanzioni salga subito da 2,5 a 4 milioni di barili al giorno la produzione del Paese: il ministro del petrolio Bijan Zanganeh ha già convocato i capi di sette multinazionali, fra cui le americane Conoco ed Exxon e l’italiana Eni (l’unica ad aver mantenuto una presenza a Teheran grazie a una dispensa dalle sanzioni avuta perché doveva recuperare oltre un miliardo di crediti dal regime), per rivedere i contratti e massimizzare l’export.
Terzo incomodo l’Iraq che, pur nel mezzo di perduranti problemi di sicurezza che rendono intermittente la produzione, e di tensioni irrisolte con il padre-padrone americano, spinge per aumentare la sua quota. Se si aggiungono le perduranti tensioni in Libia, dove la produzione fra attentati e carenze di manutenzione non riesce a salire oltre i 130mila barili, il 10% della quota assegnatale dall’Opec, e anche in Venezuela, Algeria e Nigeria, tutti membri dell’organizzazione, si comprende la precarietà della situazione. «Per ora il ministro saudita Ali al-Naimi è riuscito a mantenere intatta la posizione di arbitro — commenta Manoucheher Takin, capo analista del Cges di Yamani — e quindi a regolare i rubinetti e far sì che le quotazioni si mantengano sotto controllo. Ma è una posizione di evidente precarietà». Per cui, chiunque sia il cliente, America o Cina o Europa a seconda delle congiunture, la polveriera mediorentale resta innescata.


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