Sul Jobs Act la partita è europea

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In Europa il tasso di disoc­cu­pa­zione rag­giunge oggi l’11%, 4 punti per­cen­tuali sopra il livello del 2007. La crisi ha col­pito i gio­vani più di altri. Il tasso di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile ha supe­rato il 20 per cento, a cui occorre aggiun­gere i Neet che mostrano una cre­scita pro­gres­siva. Inol­tre, l’elevata per­si­stenza della disoc­cu­pa­zione riduce la pro­ba­bi­lità di tro­vare lavoro, abbassa la pro­pen­sione a rima­nere sul mer­cato, distrugge abi­lità e com­pe­tenze, creando la trap­pola della disoc­cu­pa­zione.

Secondo l’Ilo (Glo­bal Employ­ment Trend 2014),il tasso di disoc­cu­pa­zione non si ridurrà nei pros­simi anni, soprat­tutto in Europa, innal­zando il «gap occu­pa­zio­nale»: la per­dita cumu­lata di posti di lavoro rispetto alla situa­zione pre-crisi. Le pre­vi­sioni sono pes­sime: la cre­scita del red­dito 2014–18 nei paesi svi­lup­pati è sti­mata al 2,5 per cento annuo, ma l’occupazione allo 0,5 per cento. Quindi una ripresa senza occu­pa­zione. E in Europa la situa­zione sarà per­sino peggiore.

Come far fronte alla dram­ma­ti­cità di que­sta situa­zione? L’Europa con­ser­va­trice e tec­no­cra­tica per­se­vera da anni con una poli­tica cen­trata su due pila­stri: con­so­li­da­mento fiscale e riforme strut­tu­rali. Il primo pila­stro impone tagli alla spesa pub­blica, aumento dell’imposizione fiscale, misure regres­sive sul red­dito distri­buito e sui ser­vizi pub­blici ero­gati. Gli effetti imme­diati pro­dotti sono: ridu­zione della domanda pub­blica e dei con­sumi pri­vati e cre­scita delle disu­gua­glianze nei red­diti. Il risul­tato è la com­pres­sione della domanda interna. Ogni pro­spet­tiva di cre­scita viene affi­data alla domanda estera, la cui cre­scita appare però debole e incerta anche nei paesi emer­genti. Per accre­scere la com­pe­ti­ti­vità sui mer­cati esteri inter­viene il secondo pila­stro, attra­verso riforme strut­tu­rali che rea­liz­zano la sva­lu­ta­zione interna in assenza di quella della moneta comune, che anzi si apprezza. Que­ste devono agire per miglio­rare la com­pe­ti­ti­vità sui costi, il costo del lavoro per unità di pro­dotto in pri­mis. 

30desk1 Renzi MLe riforme strut­tu­rali sul mer­cato del lavoro hanno tre com­po­nenti. La prima è la dere­go­la­men­ta­zione. La fles­si­bi­lità in entrata e in uscita dall’impresa e dal mer­cato rimane il man­tra delle buone poli­ti­che del lavoro. In Ita­lia la pra­ti­chiamo dagli anni ’90, con esiti dele­teri sulla pro­dut­ti­vità. La seconda è sala­riale. I salari nomi­nali non devono cre­scere più della pro­dut­ti­vità reale, per­ché al con­tra­rio si mine­rebbe la com­pe­ti­ti­vità nazio­nale. Quindi, sala­rio reale sta­gnante e dimi­nu­zione della quota del lavoro sul red­dito, con evi­denti effetti nega­tivi sulla domanda interna. Ciò pare un effetto col­la­te­rale del «con­flitto distri­bu­tivo», in quanto il tar­get fon­da­men­tale è quello di cat­tu­rare la domanda estera, motore unico della ripresa. La terza è con­trat­tuale. Occorre ridi­men­sio­nare il ruolo del con­tratto nazio­nale e spo­stare a livello decen­trato ogni forma di nego­zia­zione sul sala­rio, abban­do­nando ogni mec­ca­ni­smo di recu­pero auto­ma­tico del potere d’acquisto rispetto all’inflazione.

In que­sto con­te­sto di poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, il Job­sAct ita­liano appare non più che uno spec script, a tratti un pat­ch­work, alla ricerca di una idea forte che lo animi. Se, con indul­genza, lo inten­diamo un work in pro­gress aperto a discus­sione, allora si pos­sono for­nire almeno due inter­pre­ta­zioni distinte della volontà politico-economica sot­to­stante. Da un lato, potrebbe sem­pli­ce­mente inse­rirsi nel solco di una poli­tica neo­li­be­ri­sta che informa le attuali pro­po­ste di riforme strut­tu­rali. Sem­pli­fi­ca­zione, meno buro­cra­zia e meno regole potreb­bero sot­ten­dere una con­fer­mata volontà di dere­go­la­men­tare il mer­cato del lavoro, ren­den­dolo ancora più fles­si­bile e ridu­cen­done le tutele. Se que­sto fosse l’obiettivo, coe­rente col secondo pila­stro della poli­tica euro­pea, allora cre­diamo che il Job­sAct sia da rigettare.

Dall’altro, taluni inter­venti sul lavoro sem­brano con­vi­vere con idee di poli­tica indu­striale pub­blica per i set­tori stra­te­gici. Que­sta non può che essere com­ple­men­tare a poli­ti­che macro e orien­tata a soste­nere, in pri­mis, la domanda interna. Avere un’idea di poli­tica indu­striale signi­fica sce­gliere il posi­zio­na­mento della nostra mani­fat­tura nel mer­cato glo­bale, in ter­mini di tec­no­lo­gie, pro­du­zioni e domanda. Que­sta par­tita si gioca in Europa, luogo dove si lan­cia il nuovo Indu­strial Com­pact, poi­ché l’attivazione di forti inve­sti­menti passa attra­verso la rimo­zione dei vin­coli di bilan­cio. Solo se tale fosse il senso del Job­sAct, allora var­rebbe la pena discu­terne nel merito e arti­co­larne i pre­cisi contenuti.


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