“Noi, sopravvissuti grazie a una boa” In 23 muoiono in mare, 4 i bambini

A Kos, l’isola paradiso dei turisti ora divenuta un campo profughi “Ma credeteci ad Aleppo è peggio”

PIETRO DEL RE, la Repubblica redazione • 16/9/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 540 Viste

KOS. Adesso che è passata la paura, Asaad Orfali ha voglia di scherzare. «Nonostante l’incubo che ho appena vissuto, le assicuro che è più pericoloso attraversare la strada ad Aleppo che il braccio di mare che separa la Turchia dalla Grecia», dice questo ex uomo d’affari siriano di 42 anni, sopravvissuto all’ennesimo naufragio nelle acque dell’Egeo. S’è salvato per miracolo Asaad, aggrappandosi a una grossa boa a cui s’è tenuto stretto assieme a tutta la sua famiglia prima di essere raccolto dalla guardia costiera. Purtroppo non ce l’hanno fatta molti profughi salpati ieri notte assieme a lui dal porto turco di Datca per raggiungere l’isola greca di Kos: ne sono annegati 26, tra i quali quattro bambini e 11 donne.
Il modo in cui questi barconi s’inabissano è un copione che si ripete. Cambia solo il numero delle vittime. Dice Asaad: «Eravamo partiti da neanche mezzora che dal motore è cominciato a uscire del fumo nero, denso, rendendo l’aria irrespirabile. Cinque minuti dopo il motore si è spento. Appena abbiamo cominciato a caricare acqua, a bordo è scoppiato il panico. Perciò, prima che il barcone si rovesciasse, ho preso mia moglie e i miei due figli e mi sono buttato a mare assieme a loro. Allora, a pochi metri da noi, ho visto una grossa boa che galleggiava. Mezz’ora dopo c’ha salvato una motovedetta ». Incontriamo Asaad davanti alla piccola tenda che ha appena acquistato e che ha montato al porto di Kos, dove s’accumulano i relitti mezzi sgonfi delle decine di gommoni che dallo scorso aprile hanno trasbordato più di 60mila migranti su questa piccola isola, famosa per aver dato i natali a Ippocrate. Il cuore dell’antica cittadina è diventato un gigantesco campo profughi, i quali sono ovunque, sistemati in piccole canadesi o, più poveramente, sdraiati su un pezzo di cartone all’ombra di un’acacia o di un grosso oleandro. Assediano le rovine greco-romane, le mura della fortezza medievale, i giardini comunali. Tutti quelli che continuano a sbarcare dalle turche Bodrum e Datca, ad appena 3 miglia da qui, sanno che è per loro imperativo trovare posto in questa calca. «Altrimenti, se ci spostano in un luogo sperduto dell’isola, rischiamo di essere dimenticati e di non poter proseguire il nostro viaggio verso l’altra Europa », spiega Asaad accarezzando la testa del suo Hamad, due anni, poco meno del piccolo e sfortunato Alan, e che adesso, dopo il grande spavento di poche ore fa, sorride tra le braccia del papà.
Asaad dice di aver tentato di negoziare con i trafficanti, di tirare sul prezzo del passaggio. «Ma sono peggio delle iene: hanno voluto 2.400 dollari per me e mia moglie e 800 per i miei due bambini. Quando li ho pagati ci hanno nascosti nell’anfratto di una caletta sulla costa, dove ci hanno fatto aspettare venti ore. Quando è finalmente arrivata la barca e ci ha caricato tutti, eravamo così tanti che ho pensavo che sarebbe subito affondata. Invece siamo partiti. Verso l’inferno».
In fondo al molo vediamo ormeggiata una motovedetta della Guardia di Finanza italiana. Assieme ai pochi poliziotti greci che s’affannano a registrare le folle di migranti che continuano a sbarcare, e alla dozzina di sfaccendati militari in assetto anti-sommossa inviati da Atene, la motovedetta dei nostri finanzieri è l’unica forma di autorità in questo approdo dove giungono allo sbaraglio siriani, iracheni, afgani, pachistani, eritrei. Il comandante della Guardia di Finanza ci dice di non poter rilasciare dichiarazioni perché qui il suo vascello è sotto il comando navale greco. Ma basta uno sguardo al porto di Kos per capire il disagio in cui vive quest’umanità in fuga verso una vita migliore, che i turisti, soprattutto nordici e ancora numerosi, osservano e fotografano dalle terrazze dei caffè e dei ristoranti.
In mezzo ci sono i 30mila abitanti dell’isola, che urlano la loro esasperazione. All’inizio, ai primi arrivi di profughi, i ristoranti offrivano cibo gratis, e gli hotel mettevano le loro stanze a disposizione. Ma poi di migranti ne sono sbarcati a migliaia, a decine di migliaia, senza che il governo di Atene fornisse più aiuti o strutture al comune dell’isola, se non poche latrine mobili davanti alle quali ci sono in permanenza lunghissime code. «Li abbiamo accolti a braccia aperte, perché ci ricordano i greci che nel 1922 giunsero qui da Smirne, cacciati da Mustafa Kemal Ataturk, ma adesso sono troppi», dice Stamatis Paniadis, proprietario di un bar sul lungomare. «Vede questo pezzo di spiaggia, ebbene è diventato loro. Ci prendono il sole, si lavano, fanno il loro bucato. E noi siamo diventati i loro camerieri ».
Come Paniadis la pensano in molti. Pochi giorni fa, un gruppo di giovani bengalesi è stato bersagliato da bottiglie molotov. L’attacco è stato rivendicato dai neo-nazi greci.

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