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Come viene «suicidato» un risparmiatore

Banche . Senza democrazia interna la speculazione avrà sempre la meglio

Tonino Perna, il manifesto • 11/12/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 611 Viste

La lunga recessione ci ha abituato a leggere le storie di suicidi di imprenditori falliti, di lavoratori che hanno perso il lavoro e sono caduti nella disperazione, ma non avevamo ancora visto fare la stessa fine un piccolo risparmiatore.

E’ successo a Civitavecchia dove un pensionato non ha retto al crac della Banca dell’Etruria di cui aveva acquistato le obbligazioni per un valore di circa 100 mila euro, un tesoretto che è sfumato in un giorno.
Il risparmio di una vita di lavoro «derubato» da un cinico e baro sistema bancario che è debole con i forti (le grandi banche) e forte con i deboli, le piccole banche di credito cooperativo e le banche popolari. Un fatto gravissimo e raro nella storia del sistema bancario italiano che pone non pochi interrogativi. Il primo: a che serve oggi la Banca d’Italia ? Dopo aver perso il ruolo di prestatore di ultima istanza, di centro di produzione del denaro, gli era rimasto solo il ruolo di vigilanza sui conti delle banche e quindi di tutela dei risparmiatori. Le banche centrali, la prima nacque in Inghilterra nel 1694, hanno avuto storicamente un compito rilevante per lo sviluppo capitalistico: garantire la bontà della moneta e tutelare il risparmio. Se una banca falliva l’intervento della banca centrale salvava il risparmio evitando il panico nel mercato e ripristinando la fiducia nel sistema creditizio. Un recente caso clamoroso è stato quello della Northern Rock che nel settembre del 2007 stava per fallire, malgrado 75 filiali ed un milione di clienti. C’è chi ricorda bene le immagini televisive delle file interminabili di cittadini britannici che aspettavano di riprendersi i propri risparmi prima che scomparissero. Intervenne il governo inglese che con una pesante iniezione di liquidità (pari a circa 30 miliardi di sterline!!) l’ha acquisita, suscitando reazioni inconsulte da parte degli ideologici del neoliberismo, ma allo stesso tempo il plauso del grande capitale che vedeva scongiurata così una crisi di fiducia che avrebbe colpito altri istituti finanziari.

C’è da chiedersi perché, con uno sforzo finanziario ben più piccolo, il governo italiano non è intervenuto per salvare dal fallimento queste piccole banche, un tempo parte fondamentale dello sviluppo della “Terza Italia”, basato sui distretti industriali e la piccola e media impresa.

La seconda domanda che si pongono gli italiani, almeno quelli che ancora riescono a risparmiare qualcosa o ad accedere alla liquidazione di fine lavoro, è la seguente: cosa ne faccio del mio risparmio? Se lo metti sul conto corrente, trattandosi di piccole cifre, la gestione bancaria del tuo conto comporta una spesa annua che varia dalle 250 ai 400 euro senza che vada in rosso, mentre gli interessi attivi sono quasi inesistenti. Se lo investi in obbligazioni puoi fare la fine dei risparmiatori che avevano investito nelle quattro piccole banche italiane che sono fallite. Ma, neanche le grandi banche ti fanno dormire sonni tranquilli. Basti pensare al fallimento di un grande istituto di credito come la Lehman Brothers, prestigiosa e storica banca a stelle e strisce, fatta fallire nel settembre del 2008. Ed allora che fare? Facciamo un passo indietro.

Il sistema capitalistico attuale non ha più bisogno di milioni di piccoli risparmiatori che in passato erano la base che consentiva di effettuare gli investimenti grazie alla intermediazione delle banche e delle Borse d’affari. Oggi le Borse non svolgono più questa funzione se non in minima parte, mentre le banche tendono sempre meno a fare da intermediazione tra risparmio ed investimento, ed utilizzano la raccolta di liquidità per investire nella speculazione finanziaria. Certo milioni di piccoli risparmiatori servono sempre, ma come polli da spennare e non come l’altra faccia del processo di investimento produttivo e di sviluppo economico. D’altra parte il ciclo finanziario produce una divaricazione crescente tra ricchezza e povertà grazie al fatto che nelle crisi finanziarie, sempre più frequenti, sono proprio la massa dei piccoli risparmiatori che vengono coinvolti nel crac, mentre i grandi capitali che posseggono l’informazione che conta sono fuggiti un secondo prima che iniziasse il crollo. Grazie a questo meccanismo che si ripete ciclicamente, le crisi permettono ai grandi speculatori finanziari di riacquistare a poco prezzo le azioni ed obbligazioni che loro stessi hanno fatto crollare. E quindi, ritorniamo alla domanda: come possiamo proteggere i nostri risparmi? Individualmente non c’è una strada sicura, ma solo la fortuna ci può assistere. E’ solo riscoprendo le forme mutualistiche, i principi ispiratori delle banche popolari e di credito cooperativo, che possiamo trovare una garanzia. Queste banche di credito cooperativo sono fallite perché son venute meno al loro mandato, perché hanno smesso di assolvere al compito per cui erano nate e i soci hanno perso qualunque potere di controllo e supervisione. La stessa banca popolare etica di Padova, che gode di un grande prestigio, farebbe una brutta fine se venisse meno ai valori ed ai principi che l’hanno fatta nascere. Ma, finché la democrazia avrà un peso dentro questa banca il pericolo è scongiurato.

La vera ricetta alla fine dei conti è sempre la stessa: abbiamo bisogno di più democrazia economica se vogliamo salvarci dal suicidio di massa .

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