Comincia la corsa (a ostacoli) del «Reddito di cittadinanza», il workfare all’italiana

Reddito di cittadinanza, reddito di base, workfare, REI, contrasto alla povertà, ammortizzatori sociali, centri per l’impiego, sussidio condizionato, lavoro gratuito, Luigi Di Maio

Roberto Ciccarelli * • 29/1/2019 • Welfare & Politiche sociali • 276 Viste

Di Maio: “Bentornato Stato sociale”. Ma in realtà si tratta di un sistema di Workfare: obbligo al lavoro in cambio di un sussidio pubblico e sgravi alle imprese

Due mesi di tempo per scattare alle elezioni europee di fine maggio. La firma del presidente della repubblica Mattarella sul «decretone» con «quota 100», e la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale delle prime norme sul sussidio vincolato al lavoro obbligatorio e agli incentivi alle imprese, detto impropriamente «reddito di cittadinanza», ha fatto scattare il conto alla rovescia sulla misura-bandiera del Movimento Cinque Stelle. Il provvedimento varato dal consiglio dei ministri arriverà entro aprile e inizierà un percorso parlamentare sprint dal Senato, relatrice di maggioranza sarà Nunzia Catalfo, presidente della commissione lavoro, prima firmataria del Ddl presentato da M5S nel 2013 che prevedeva una platea di almeno 9,3 milioni che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa e assoluta (spesa 17 miliardi di euro annui). Oggi il sussidio riguarda meno del 50 per cento della platea, pari a 4,9 milioni. Spesa: poco meno di 6 miliardi nel 2019, più quasi uno per la trasformazione dei centri per l’impiego.

Presentando un provvedimento che introduce in Italia un sistema delle «politiche attive del lavoro», ed esclude gli stranieri residenti da meno di 10 anni, il ministro del lavoro e dello sviluppo Luigi Di Maio ieri ha detto: «Bentornato Stato sociale». In realtà si tratta di un sistema che ricorda più il «workfare» istituito da Tony Blair in Inghilterra, Gerhard Schröder in Germania o Bill Clinton negli Usa negli anni Novanta che il Welfare basato sull’accesso universale ai diritti. Il sussidio italiano è inoltre determinato su base familiare e non individuale; sulla cittadinanza e non sulla residenza. Diversamente dai criteri stabiliti in uno dei «pilastri sociali» dell’Unione Europea, la possibilità di disporre di tale beneficio è vincolata alla partecipazione al mercato del lavoro. Una risoluzione europea dell’8 aprile 2009 dice esattamente il contrario: il «reddito» non va contrapposto all’obbligo all’integrazione lavorativa. Né sono mai stati contemplate, tra l’altro, la minaccia di 6 anni di carcere per chi dice il falso sul patrimonio; l’obbligo di spendere il sussidio nel mese, pena tagli fino al 20% in quello successivo; l’obbligo di accettare offerte di lavoro entro 100 km dopo sei mesi, 250 km dopo 12, ovunque dopo un anno.

Secondo l’agenda del governo, tutta da verificare, sarà possibile presentare la domanda da marzo; da aprile l’Inps avrà 5 giorni per riconoscere il possesso dei requisiti; a maggio il «reddito» inizierà ad essere accreditato sulle social card. Entro quel mese l’Anpal dovrebbe assumere 6 mila «navigator» precari, ma i centri per l’impiego, essenziali in questo «workfare» non saranno pronti. I problemi inizieranno in quel momento

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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