Bangkok. Il racconto di un leader italo-thailandese delle manifestazioni per la democrazia

Asia. Elia Fofi – nipote del giornalista, critico e scrittore Goffredo – è cresciuto in Thailandia, dove sta partecipando alle proteste degli ultimi mesi. Ha anche subito un arresto. Racconta l’evoluzione della mobilitazione

Valeria Mongelli * • 29/11/2020 • Internazionale • 332 Viste

«Siamo sotto un regime fascista». Fofi, attivista di lunga data, commenta così gli avvenimenti degli ultimi mesi. «Non voglio neanche chiamarlo governo». È finito in carcere a Bangkok il 16 ottobre per avere violato il severo stato di emergenza dichiarato il giorno prima dal Primo Ministro Prayut Chan-o-cha.

Fofi, 29 anni, rievoca con voce serena i momenti dell’arresto. In dieci arrivano a prenderlo davanti al centro commerciale Siam Discovery di Bangkok, in una delle zone-fulcro della protesta. Altri cinque attivisti vengono portati via insieme a lui. Lo stato di emergenza proibisce gli assembramenti di più di cinque persone e permette alla polizia di operare senza un mandato di arresto. Se condannato, Fofi rischia fino a due anni di carcere.

È fortunato: in prigione ci rimane solo una notte. Il giudice, una donna, rifiuta la richiesta di fermo della polizia. È uno dei pubblici officiali, sostiene Fofi, «che ha deciso di stare con il popolo». Viene rilasciato il 17 ottobre insieme agli altri cinque attivisti. La polizia trattiene però il suo telefono per tre giorni, facendo un backup di tutti i messaggi e le conversazioni sui social media.

Nipote del giornalista, critico e scrittore Goffredo Fofi, Elia nasce a Gubbio da padre italiano e madre thai. Cresce in Thailandia e si trasferisce in Italia per frequentare il corso di montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Nel 2013 torna in Thailandia, dove da allora si divide tra il ristorante della madre a Phuket, nel sud-est del Paese, il lavoro come aiuto-regista a Bangkok e l’attivismo politico. Parla italiano con un leggero accento umbro-toscano.

Al momento dell’arresto, racconta, suo fratello ha contattato l’ambasciata italiana. Questa ha detto però di non poter intervenire. Poiché Fofi ha il doppio passaporto italiano e thailandese, e l’arresto è avvenuto su territorio thai, l’ambasciata non considerava il fatto di sua competenza.

Qualche giorno dopo l’arresto, Fofi e la sua famiglia sono stati minacciati dalla polizia. Degli agenti in borghese si sono recati al ristorante di sua madre a Phuket. Hanno lasciato un messaggio: «Dì a tuo figlio di stare attento». Fofi ha organizzato la prima manifestazione pro-democrazia a Phuket. Temeva non venisse nessuno, poi hanno partecipato in mille. Un buon numero per il sud della Thailandia, conservatore e molto legato al re. Durante l’evento, un monarchico ha cercato di investire la folla con una moto di grossa cilindrata. «Per fortuna l’abbiamo bloccato in tempo».

Fofi ha più volte ricevuto intimidazioni anche dai monarchici, che hanno reso pubblico il suo indirizzo e altri dati personali sui social media. Approfittando del fatto che ha dei tratti somatici più occidentali che asiatici, i monarchici l’hanno accusato di essere un terrorista straniero, venuto dall’estero per sobillare il popolo thai. Qualcuno ha insinuato che sia una spia venuta da Hong Kong. Qualcun altro ha perfino detto che fa parte dell’Isis.

Ha avuto paura? Per la famiglia, sì. «Ma mia madre combatte con me». Non è spaventato per la sua incolumità, ma sente il peso delle proprie scelte. «Quanto sono pronto a restare in carcere?», ricorda di essersi chiesto durante la notte trascorsa in prigione. «Ho ancora il cinema. Non è la paura, è più la responsabilità del lavoro che devo mandare avanti».

Il lavoro cinematografico è anch’esso strettamente intrecciato con l’attivismo. Fofi si occupa di girare i video delle manifestazioni pro-democrazia. Insieme ad altri registi, con il materiale raccolto in questi mesi vuole creare un documentario dal titolo «2020: La rivoluzione della Thailandia». Gira anche video destinati alle fasce più conservatrici della popolazione. L’obiettivo è spiegare ai monarchici che il movimento non vuole la fine della monarchia. «Non vogliamo la repubblica – dice – Vogliamo che il re stia sotto la Costituzione». Il cinema e l’arte hanno il compito di mediare e parlare a tutti, e gli artisti di Bangkok lavorano perché il cambiamento della società implichi un cambiamento culturale. È per questo, del resto, che Fofi è tornato in Thailandia dopo l’università: «Per raccontare le storie dei thailandesi».

Deve fargli un certo effetto vedere migliaia di persone in piazza. Fofi è stato infatti uno dei primi ad organizzare manifestazioni dopo il colpo di Stato del 2014, quando la paura di esprimersi era più forte: in piazza «eravamo 20, 30 persone» All’inizio di quest’anno, quando è nato il movimento universitario, lui è uno dei «senior» che hanno offerto la propria esperienza per organizzare le proteste.

Nella manifestazione del 17 novembre, la più violenta degli ultimi mesi, la polizia ha usato cannoni ad acqua e lacrimogeni. I manifestanti si sono fatti scudo con grandi papere gonfiabili, e a loro volta hanno lanciato bombe fumogene e secchi di vernice contro il quartier generale della polizia reale. Almeno 40 persone sono rimaste ferite, riporta la BBC, e 30 attivisti saranno processati. Il 18 novembre il Parlamento ha votato contro la proposta di riforma della Costituzione auspicata dagli attivisti. Prayut ha condannato le proteste con parole dure, alludendo ad un inasprimento delle pene nei confronti dei manifestanti. Gli attivisti non si sono fatti intimidire e hanno di nuovo manifestato mercoledì scorso. Altre proteste sono cominciate venerdì e andranno avanti per tutto il fine settimana. Stavolta siamo vicini alla rivoluzione», dice Fofi.

Le nuove tecnologie hanno un ruolo importante nell’organizzazione delle manifestazioni. Prima dei social, su giornali, televisioni ed altri media tradizionali «l’unica verità era la verità del governo». Censurare i social media è molto più difficile. «Internet è come un dono di dio dato al popolo oppresso».

Un altro fattore che ha contribuito ad alimentare le proteste è senza dubbio la crisi economica. Le frontiere della Thailandia sono chiuse da marzo, da quando il Covid-19 ha iniziato a diffondersi fuori dalla Cina. Ad ottobre ci sono stati i primi, timidi segnali di riapertura al turismo, che di certo però non sono sufficienti a rilanciare l’economia. Secondo le ultime stime, il PIL thailandese ha subito una contrazione del 6,4% nel trimestre luglio-settembre 2020. I casi di suicidio, alcolismo e violenza domestica sono aumentati. Un malcontento che potrebbe diventare una bomba ad orologeria ed «unirsi al movimento politico – dice Fofi – Quando c’è la crisi si può vedere più chiaramente come si comporta il governo. E questo governo ci ha mostrato che è incapace di governare».

Dirigere una protesta è un po’ come dirigere un film: bisogna pensare alle luci, la scena, la musica, e soprattutto essere bravi a comunicare con la gente. «Il regista è la protesta, e io come aiuto-regista devo fare in modo che tutto proceda come abbiamo pianificato». Il governo sta cercando di vincere i manifestanti per stanchezza. «L’unica cosa che hanno fatto è lasciar passare del tempo, così noi smettiamo di combattere». Fofi non ha dubbi sul fatto che l’attuale movimento produrrà un vero cambiamento. «Non vinceremo presto – dice – Ma ora tutti hanno il coraggio di parlare del re. Ora tutti hanno il coraggio di uscire per strada e dire tutte le cose che non vanno bene. Per me noi abbiamo già vinto»

* Fonte: Valeria Mongelli, il manifesto

 

ph by ฮินะจังปลดแอก, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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