I primi rifugiati dall’Afghanistan arrivano nei Balcani, già sull’orlo del caos

I primi rifugiati dall’Afghanistan arrivano nei Balcani, già sull’orlo del caos

Afghanistan. In Macedonia del Nord, Albania e Kosovo sono arrivate 1300 persone. Il timore della regione è di assistere a una crisi come quella causata dalla guerra siriana, mentre le politiche migratorie dell’Ue hanno dato fiato alle destre nazionaliste

«Sappiamo bene cosa voglia dire essere in fuga, venire perseguitati, vivere in un regime di terrore. Il Kosovo offrirà un riparo sicuro e protezione» ai cittadini afghani «in stretto coordinamento con gli Stati uniti». Era il 15 agosto quando la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, annunciava che il suo Paese, tra i primi al mondo, avrebbe accolto temporaneamente duemila rifugiati afghani su richiesta dell’alleato americano.
La notizia giungeva proprio quando Kabul si arrendeva ai talebani senza colpo ferire, sotto gli occhi inermi della comunità internazionale, costretta ad organizzare un ponte aereo senza precedenti per mettere in salvo migliaia di cittadini a rischio. Dopo il Kosovo, anche Albania e Macedonia del Nord si sono offerti di ospitare rispettivamente 3,000 e 450 rifugiati.

DOPO I PRIMI MOMENTI di confusione, alimentata anche dai dubbi dell’amministrazione americana sulle reali capacità di accoglienza in particolare del Kosovo, hanno iniziato ad affluire i primi gruppi di profughi, oltre 1,300 finora, di cui un centinaio in Macedonia del Nord, più di 600 in Albania e circa 700 in Kosovo.
Nell’ex provincia serba, che finora ha ospitato i rifugiati nel campo in costruzione di Bechtel-Enka, vicino Ferizaj, e nella base militare americana di Bondsteel, sarebbero arrivati alcuni sfollati che non sono riusciti a superare i primi turni di screening o i cui casi richiedono una maggiore elaborazione prima di ottenere il visto per gli Stati uniti.

PRISTINA, Tirana e Skopje, i tre più fedeli alleati degli Usa nei Balcani, contano su questa operazione per poter rafforzare i propri legami con Washington in un momento particolarmente critico per i tre Paesi che vedono sempre più allontanarsi la prospettiva di adesione all’Ue.
Se Albania e Macedonia del Nord attendono ormai da più di due anni l’avvio dei negoziati, il Kosovo è alle prese con un aspro dialogo mediato da Bruxelles con la Serbia, e con un’iniziativa di integrazione, promossa da Belgrado, Tirana e Skopje, rinominata Open Balkan, che rischia di isolarlo dal contesto regionale.

La questione della sistemazione dei rifugiati giunti tramite il ponte aereo, che non ha mancato di suscitare polemiche specie in Albania dove peraltro da cinque anni risiedono 3,500 mujahideen del controverso gruppo di opposizione iraniana agli ayatollah (Mek), è solo una delle conseguenze della crisi afgana sulla regione.
Ben maggiore è il timore che sulla rotta balcanica si riversino nei prossimi mesi migliaia di profughi in fuga dall’Afghanistan. La preoccupazione che agita i Balcani è di assistere a scene simili a quelle già viste nella crisi del 2015-2016 quando la regione è stata terra di transito per oltre un milione di rifugiati che scappavano dalla guerra in Siria, ma con un epilogo peggiore.

I MARGINI per una politica europea di accoglienza di massa dei profughi come quella adottata dalla Germania all’epoca, sono estremamente ridotti, con Parigi e Berlino alle prese con elezioni dall’esito incerto e con i paesi del gruppo di Visegrad, insieme ad Austria, Slovenia, Danimarca, solo per citarne alcuni, già sul piede di guerra per impedire l’accesso dei profughi in Ue. Ad aggravare il quadro, anche la posizione della Turchia, contraria a diventare il “magazzino d’Europa” dei rifugiati.

Una tempesta che rischia di surriscaldare il clima già rovente nella regione, considerata sempre di più da Bruxelles in un’ottica meramente securitaria, un’area cuscinetto che blocchi i rifugiati e tenga al riparo l’Ue da eventuali minacce terroristiche. Lo ha ribadito con la solita, lucida spietatezza il premier ungherese Viktor Orban, ospite la scorsa settimana al forum strategico di Bled, in Slovenia: i Balcani sono fondamentali per la sicurezza europea per arginare «l’invasione dei migranti musulmani».

PROPRIO L’ESTERNALIZZAZIONE delle frontiere Ue nella regione ha fatto sì che la questione migratoria desse fiato alle destre nazionaliste, specie in Bosnia-Erzegovina dove questa retorica sta pericolosamente esacerbando divisioni, lascito avvelenato della guerra, fra i tre popoli costituenti, croati, bosniaco-musulmani e serbi.
Se all’inizio ha prevalso l’empatia verso i rifugiati, una condizione ben conosciuta da quanti hanno vissuto le guerre degli anni Novanta, con l’andare del tempo è aumentato il risentimento verso un’Ue che scarica su una regione già problematica, responsabilità che non intende assumersi.

* Fonte: Alessandra Briganti, il manifesto

 



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