Internazionale

DOPO LE PRIMAVERE, ARRIVA L’AUTUNNO

Obama e la sfida asiatica. Ma un occhio rimane fisso sull’Europa
Il 2012 è stato un anno di conflitti. Trentasei, secondo l’Atlante dei Conflitti nel mondo. Conflitti recenti come quello in Mali (iniziato nel 2013), in Libia, in Siria, in Sudan, in Bahrain, nella Repubblica Democratica del Congo. Conflitti ormai quasi cronici, Palestina-Israele, Turchia-Kurdi, Marocco-Sahara occidentale, Iraq, Afghanistan. Un elenco lunghissimo. Che potrebbe allungarsi, se la rivolta in Siria si trasformerà, magari in seguito a un intervento militare esterno.

Nel 2013 gli occhi saranno puntati anche sul’Iran, contro il quale le spinte di Israele per un intervento occidentale sono sempre alte. E poi c’è il conflitto più recente, quello in Mali, con l’intervento militare capeggiato dai francesi, iniziato l’11 gennaio 2013.

Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti per altri quattro anni. Nel suo secondo mandato la politica estera è destinata a incidere parecchio. Tre le questioni fondamentali: il rapporto con la Cina, l’Iran (attacco o accordo?), la guerra al terrorismo al tempo delle cosiddette Primavere arabe, oltre alle tensioni e minacce che vengono dalla Corea del Nord.

Sul fronte interno, Obama, come del resto l’Europa, ha una priorità: la creazione di posti di lavoro. Certo, al momento gli USA sembrano perseguirla con maggior acume ed efficacia. Uscire dalla crisi economica è l’imperativo dell’Europa sempre meno coesa, con la Germania a dettare le regole del gioco. Ma la Cancelliera Angela Merkel deve affrontare le elezioni a settembre 2013.

Il 2013 sarà per l’Europa anche l’anno in cui si definiranno i manifesti per i referendum sull’indipendenza fissati per il 2014 in Scozia e probabilmente anche in Catalogna. Ma di referendum parlano anche gli irlandesi: qui si tratta di consultazione per riunire le due parti dell’isola divise dagli inglesi con la guerra e la violenza.

Tra le notizie che offrono un qualche ottimismo, sicuramente c’è quella proveniente dalla Colombia: dopo anni di sanguinoso conflitto e negoziati falliti, i guerriglieri delle FARC-EP e il governo Santos si sono seduti al tavolo delle trattative. Facilitatrice l’isola di Cuba, che sta assumendo un ruolo sempre più centrale nel Sud America in crescita, economica e politica. Quelli colombiani sono negoziati complessi: come in ogni conflitto, raggiungere la pace non significa solamente far cessare il rumore delle armi.

Anche in Turchia qualcosa sembra muoversi, anche se parlare di processo di pace, o negoziati tra governo e kurdi è ancora prematuro.

Obama non stravince
Barack Obama ha vinto, ma non ha stravinto. Il 6 novembre 2012 gli elettori statunitensi hanno confermato al presidente uscente la loro fiducia, ma l’immagine del Paese rimane quella di sempre, un Paese di forti divisioni, economiche, politiche e sociali. Obama si è assicurato oltre 300 dei 540 delegati del Collegio Elettorale USA, l’organismo costituzionale che esprime il presidente (il minimo per essere eletti è 270), anche se in alcuni Stati ha vinto di misura. Il neo presidente però ha conquistato nettamente i cosiddetti battleground States, quegli stati incerti come il Colorado, il New Hampshire, la Virgina, l’Ohio, lo Iowa, il Wisconsin. E, grande smacco per il suo avversario Mitt Romney che ne era stato il governatore, Obama ha vinto anche in Massachusetts. Il Congresso però rimane diviso, con i Repubblicani in maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e Democratici al Senato.

Nonostante le promesse, rimane aperta la ferita di Guantánamo. All’8 gennaio 2013 vi erano 166 detenuti, per la metà di nazionalità yemenita. In 11 anni di attività il carcere ha ospitato almeno 779 detenuti (tra cui 12 minorenni), la stragrande maggioranza senza alcuna accusa specifica e senza processo. I detenuti trasferiti in altri Paesi dal 2002 sono stati circa 600. Nove i detenuti che sono morti a Guantánamo, l’ultimo il 12 settembre 2012.

La difficile uscita dall’Afghanistan
Lungi dall’essere pacificato (e “democratizzato”) l’Afghanistan rimane uno dei terreni di guerra più difficili. Una guerra silenziata, nel senso che non fanno più notizia i morti e gli attentati. Attualmente in Afghanistan ci sono circa 68 mila uomini, tutti dovranno essere ritirati entro il 2014, secondo quanto ha ribadito Obama.

Dal suo inizio, l’intervento in Afghanistan è costato agli americani 570 miliardi di dollari; nel solo 2012 sono stati spesi per la guerra 111 miliardi di dollari.

Gli USA nel 2012 hanno perso in Afghanistan 310 uomini. Dal 2001 i morti americani sono stati 2.177.

Ma, anche in quel conflitto, è sempre la popolazione civile a pagare il prezzo più alto. Il numero di vittime è altissimo, anche se per la prima volta dal 2007 (cioè da quando la missione dell’ONU ha cominciato a documentare le morti) sembra esserci una leggera diminuzione (-12% nelle vittime civili rispetto al 2011). Nel 2012 l’UNAMA ha registrato 7.559 civili colpiti (nel 2011 erano stati 7.837): i morti sono stati 2.754 (nel 2011 erano stati 3.131) mentre i feriti sono stati 4.706 (nel 2011 erano stati 4.706).

Iraq: la nuova forma della guerra
C’è una certezza che prevale su tutte quando si parla di Iraq: la guerra non è finita, si è trasformata. Dal ritiro delle truppe USA, nel dicembre 2011, la guerra si è tramutata in guerra civile. Lungi dall’essere pacificato, il Paese si trova in preda alla violenza con attentati quasi quotidiani che riguardano tutte le zone del Paese, dal Kurdistan nel nord alla zona di Bassora, a quella di Baghdad.

I numeri sono inequivocabili e inquietanti: l’Iraq Body Count ha registrato 4.568 morti nel 2012. I dati sono stati ricavati dall’analisi di oltre 7.000 rapporti provenienti da oltre 80 fonti e relativi a 2.059 incidenti. Le vittime del 2012 portano il totale dei morti, dall’inizio della guerra nel 2003, a una cifra compresa tra i 111.160 e i 121.471. Il 2012, peraltro, ha visto un aumento nelle vittime, che erano state 4.144 l’anno precedente.

Mentre la popolazione irachena soffre per la violenza e per le condizioni di estrema povertà e disagio che attanagliano il Paese (il 40% non ha accesso all’acqua potabile), c’è chi – le imprese petrolifere straniere, il governo del Kurdistan e il governo centrale di Baghdad – continuano a contendersi il petrolio. Giusto per ricordare a smemorati e distratti qual è stata la vera ragione dell’intervento armato dei “volenterosi”.

Nel frattempo, è fiorente il mercato nero delle armi, diretto anche verso la Siria.

Iran, il cruccio di Obama
L’Iran è uno dei grandi crucci del presidente USA Barack Obama in politica estera. Gli Stati Uniti non sembrano così desiderosi di aprire un altro fronte di guerra, stante che rimane aperto il fronte afghano e che quello iracheno, nonostante il ritiro delle truppe sia avvenuto a fine 2011, non è certo pacificato. Nell’ultimo discorso pronunciato alle Nazioni Unite prima della sua rielezione, a settembre 2012, Obama ha parlato soprattutto di Iran e conflitti nel mondo arabo, ma ha ribadito di credere nella via diplomatica, cercando al contempo di rassicurare sul fatto che gli Stati Uniti faranno il possibile per evitare che l’Iran si doti di armi nucleari.

Quanto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, è chiaro che si trova in difficoltà. Le elezioni politiche sono nel 2013 e non è prevedibile quel che succederà, mentre la rivolta del 2009 sembra un evento lontanissimo.

L’anno della Cina
Dall’8 al 15 novembre 2012 si è svolto a Pechino il XVIII congresso nazionale del Partito Comunista cinese. La nuova generazione di dirigenti dovrà affrontare sfide importanti. Prima tra tutte quella di mantenere il ritmo di crescita economica, nonostante la crisi globale. C’è poi il problema, acuitosi nel 2012, del Mar Cinese Meridionale e Orientale, dove passano gran parte dei commerci mondiali e gli approvvigionamenti energetici per Cina, Corea del Sud e Giappone. Infine c’è il problema di un’economia che fin qui è stata soprattutto di esportazione: si tratta ora di cominciare una conversione rivolta anche al mercato interno, alimentando consumi e redditi, anche sotto lo spinta di crescenti conflitti di lavoratori e cittadini.

In materia di politica estera, il 2012 è stato un anno di affermazioni per la Cina, che il 19 luglio si è schierata con la Russia, esercitando il potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e bloccando la possibilità di un intervento armato esterno in Siria, a differenza del comportamento tenuto per la Libia. Quello di luglio è stato il terzo veto russo-cinese in meno di un anno.

Palestina, un posto all’ONU
Il 29 novembre 2012 – con 138 sì, 41 astenuti e 9 no – l’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti ha accolto la richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e del suo leader Mahmoud Abbas di concedere alla Palestina lo status di Stato osservatore. Anche se non si tratta ancora di ammissione piena della Palestina come membro, è comunque un riconoscimento importante che, nelle speranze dei palestinesi, dovrebbe dare un nuovo impulso a un processo di pace che langue. Ma la durissima la reazione di Israele non lascia ottimisti sul prossimo futuro dell’annoso conflitto. In effetti, il 2012, per la Palestina è stato un anno pesante, dal punto di vista della violazione dei diritti umani e della repressione israeliana. A Gaza, dal 14 al 21 novembre nuovi scontri tra Israele e Hamas hanno portato alla morte di almeno 103 palestinesi e 4 israeliani. Alla fine, un fragile cessate il fuoco è stato proclamato dalle due parti, grazie alla mediazione di Egitto e Stati Uniti.

Siria, la guerra continua
Nel 2012 la guerra in Siria si è ulteriormente inasprita, con caratteristiche sempre più evidenti di guerra civile. A peggiorare la situazione, le pesanti interferenze straniere che non hanno esitato ad armare e sostenere politicamente la variegata e confusa opposizione, contribuendo all’incendio anziché alla soluzione. Il presidente Bashar al-Assad, da parte sua, non ha risparmiato un uso intensivo dell’esercito e dei bombardamenti per reprimere la rivolta in atto. L’ONU stima che oltre 60 mila persone siano morte dall’inizio del conflitto e più di mezzo milione di siriani siano fuggiti.

A febbraio 2013 l’Unione Europea, che aveva imposto un embargo sulla vendita di armi alla Siria nel 2011, ha rinnovato le misure restrittive fino a giugno, anche se ha allentato la morsa, concedendo di fatto più libertà per quello che riguarda la fornitura di un maggiore supporto non letale e assistenza tecnica per la protezione dei civili.

I kurdi, a partire dall’estate 2012, hanno proclamato la liberazione di una parte del loro territorio riuscendo anche a praticare un certo autogoverno. Adottando una posizione di non partecipazione diretta al conflitto, quindi non schierandosi né con Assad né con l’Esercito Libero Siriano, i kurdi sono riusciti a rimanere fuori dalla guerra, riservandosi però il diritto all’autodifesa, organizzando vere e proprie milizie di difesa popolare.

Egitto ancora in fermento
Il primo Parlamento post rivoluzione in Egitto è stato eletto tra il novembre 2011 e il gennaio 2012. Ma a giugno 2012 è stato sciolto dalla Corte costituzionale Suprema che ha dichiarato illegittima la legge elettorale. Tre giorni dopo lo scioglimento dell’assemblea, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, che aveva preso il potere dopo l’uscita di scena del presidente Hosni Mubarak, ha approvato un addendum alla dichiarazione costituzionale, affidando a se stesso i poteri legislativi, un ruolo prominente nella preparazione della nuova Costituzione e limitando così i poteri del nuovo presidente.

Il referendum sulla nuova Costituzione si è svolto il 15 dicembre. La nuova Carta è stata approvata con il 63,8% dei voti ma la partecipazione è stata molto bassa, solo il 32,9%. L’opposizione ha denunciato brogli e irregolarità. Gli Stati Uniti hanno rivolto a Morsi un appello, chiedendogli di lavorare per porre fine alle divisioni. L’Unione Europea, dal canto suo, ha chiesto al presidente egiziano di ristabilire la fiducia nella democrazia. Un compito che non sembra davvero facile.

Tunisia, la pace è ancora lontana
Il 6 febbraio 2013 la Tunisia sembrava ritornata indietro di due anni, alle proteste che hanno dato il via, a fine 2011, alla rivolta che ha portato alla caduta di Ben Ali.

Chukri Belaid, leader del Movimento Patriottico Democratico Unito (forza marxista e panaraba), è stato assassinato appena uscito di casa. Insieme a Hamma Hamami (dirigente del Partito dei Lavoratori) era il volto più conosciuto della coalizione di sinistra.

Le proteste per la morte di Belaid sono continuate per giorni con la richiesta sempre più pressante di dimissioni del governo. Alla fine, la grave crisi istituzionale e politica già in atto prima dell’attentato, è scoppiata in tutta la sua drammaticità.

Il nuovo governo è stato investito il 13 marzo 2013, lo stesso giorno in cui è morto il giovane disoccupato Adel Kedhri, che si era dato fuoco nella capitale per protestare contro la mancanza di lavoro e le condizioni di vita cui era costretto. Il governo islamico guidato da Ali Larayedh ha ottenuto il voto di fiducia, conquistando 139 voti dei 217 disponibili nell’Assemblea Costituente Nazionale.

L’Europa al bivio
In preda a una crisi economica (e politica) che non accenna a rallentare, l’Europa è a un punto nodale: deve scegliere se continuare a essere un opaco luogo di intese tecnico-normative, oppure voltare finalmente pagina, provando a rilanciare su basi democratiche il processo di integrazione.

L’ipotesi del fallimento dell’Unione Europea è oggi concreto, reso possibile dall’onda lunga delle contraddizioni e ambiguità che hanno caratterizzato il processo di unificazione: un’unione politica senza politica, una moneta senza Stato, una forma di governo senza governo, un patto di stabilità che non garantisce stabilità, una democrazia a rischio di inceppamento

È significativo che il 13 marzo 2013 il Parlamento Europeo abbia bocciato il bilancio 2014-2020, imponendo il rinvio di un bilancio ridotto (per la prima volta nella storia dell’Unione) a 960 miliardi di euro.

Il Consiglio Europeo di fine anno avrebbe dovuto tracciare il cammino del completamento dell’Unione economica ben al di là del fiscal compact sulla disciplina di bilancio. Ma il clima politico nell’Unione non è davvero dei migliori. Alla questioni economiche, aggravate dalle differenze tra Paesi del Sud e del Nord Europa e dalle politiche imposte dalla Germania, si è aggiunta la spinosa questione del futuro del Regno Unito nella UE. Londra è fuori per propria scelta da quasi tutto: Euro, Schengen, Carta sociale, fiscal compact. Questo fa sì che qualunque avanzamento sul terreno di una maggiore integrazione debba passare attraverso le obiezioni e i veti inglesi. Nel 2014 ci saranno le elezioni europee e le incognite sono davvero tante.

Mali, la guerra di Francia
L’11 gennaio 2013 la Francia ha cominciato a bombardare la capitale del Mali, Bamako. Il presidente socialista François Hollande ha preso così la decisione forse più importante, certamente in materia di politica estera, del suo mandato. L’ha fatto trincerandosi dietro la necessità di “combattere il terrore”, sul solco di George Bush e di Tony Blair, di impedire che il Mali diventi un incubatore di terrorismo, che potrebbe scatenare il caos dalla Somalia alla Mauritania.

Vero è che il Mali è la porta per il deserto del Sahara che custodisce, sotto la sabbia, ingenti quantità di gas e petrolio, oltre a oro, uranio e altri minerali.

Guardando più da vicino all’area del conflitto si capisce perché molti commentatori ritengono che la Francia; dietro la facciata della guerra contro al Qaida, abbia lanciato la sua offensiva in Mali per questioni di energia. L’80% delle forniture di energia francesi provengono dal nucleare e la regione dell’Africa occidentale è ricca di depositi di uranio. Il Niger, per esempio, è il quinto produttore di uranio e fornisce alla Francia il 33% dell’uranio di cui necessita. Ma c’è anche un’altra cosa che fa leggere l’intervento in Mali in maniera meno “umanitaria” di come viene descritto: a marzo 2012 il governo maliano di Amadou Toumani Touré aveva cominciato a concedere diritti di esplorazione. L’Autorità per la Promozione della Ricerca sul Petrolio in Mali (AUREP) è stata creata con il compito di dividere il territorio in 29 regioni, 20 delle quali sono oggi a disposizione di compagnie straniere. Come gli Stati Uniti, anche la Francia vuole garantirsi le risorse energetiche del Sahel e scoraggiare rivali come Cina, Russia e India.

La morte di Chávez scuote l’America Latina
L’eclettico e controverso presidente del Venezuela, Hugo Chávez è morto il 5 marzo 2013. Senz’altro un duro colpo, non solo per il suo Paese, ma per tutto il Sud America e il suo faticoso ma promettente percorso di integrazione economica e alleanze politiche.

Il 7 dicembre 2012 a Brasilia, al vertice dei capi di Stato del Mercosur, Chávez aveva infatti registrato un’altra importante vittoria nella sua battaglia per un’integrazione progressiva del Mercato Comune del Sud con i Paesi dell’ALBA. Il Venezuela è diventato membro a tutti gli effetti del Mercosur soltanto ad agosto 2012, dopo sei anni di battaglie e ostacoli posti soprattutto dal Paraguay (ora sospeso per la destituzione del presidente Fernando Lugo). A dicembre anche la Bolivia di Evo Morales è entrata in Mercosur. Già con l’ingresso del Venezuela, il Mercosur era arrivato a coprire il 72% del territorio sudamericano, con una popolazione di 375 milioni di abitanti e un PIL di 3,32 miliardi di dollari. Il Venezuela, naturalmente, ha rappresentato per il Mercosur un importante contributo dal punto di vista energetico: il 19,6% delle riserve provate di greggio mondiali. Che il Mercosur si stia imponendo come temibile avversario per l’Alleanza del Pacifico è ormai un dato certo, confermato anche da uno spostamento di alcuni Paesi membri verso la politica chavista. È stato il caso dell’Argentina della presidente Cristina Kirchner, che ha appoggiato enfaticamente la riconferma di Chávez alle presidenziali di ottobre 2012.

Nicolas Maduro, già vicepresidente con Chávez, è stato indicato proprio da questi come suo successore. Ma la strada per lui è tutta in salita. Maduro ha giurato come nuovo presidente incaricato, ma l’opposizione ha cominciato da subito a dare battaglia.

In Ecuador, il presidente uscente Rafael Correa è stato rieletto con il 56,7% dei consensi a febbraio 2013. La sua Alianza Pais ha ottenuto 91 deputati su 137. Una vittoria che molti commentatori attribuiscono al carisma crescente del presidente ecuadoriano. Qualcuno si spinge addirittura a ipotizzare che proprio Correa potrebbe raccogliere il testimonio lasciato da Chávez e prendere le redini dell’asse boliviano e del socialismo del XXI secolo alla cui nascita e crescita il presidente venezuelano ha dato tanto.

Diversa la situazione in Paraguay, dove il 22 giugno 2012 il presidente Fernando Lugo è stato destituito in quello che è stato chiamato un “golpe soft”. In realtà, il presidente si è visto togliere il mandato da Camera e Senato che hanno votato a stragrande maggioranza (76 a 1 l’una e 39 a 4 l’altro) in favore della sua destituzione per «cattivo esercizio delle sue funzioni». Nuovo presidente è stato nominato Federico Franco del partito liberale.

Mercosur ha sospeso la partecipazione del Paraguay. Cuba e i Paesi di UNASUR (Union de Naciones Sudamericanas) hanno espresso una dura condanna del “golpe parlamentare”, mentre Argentina e Venezuela sono stati i primi a richiamare gli ambasciatori.

La vittoria di Lugo, nel 2008, era stata salutata con grande entusiasmo: si trattava del primo presidente di centro sinistra eletto in Paraguay, da poco tornato alla democrazia. Lugo, un sacerdote della teologia della liberazione, aveva improntato il suo programma alla lotta contro la povertà, sfidando i latifondisti, che rappresentano il 2% della popolazione ma possiedono quasi l’80% della terra coltivabile.

La lotta alla povertà è stata anche al centro delle politiche del presidente della Bolivia, Evo Morales, il quale ha annunciato con giusto orgoglio che nel 2012 un milione di boliviani sono passati dalla povertà a essere classe media. Riconoscendo che ancora molto è il lavoro da fare, Morales ha però sottolineato che la povertà è scesa dal 40% al 22%. Ciò anche grazie alla politica di nazionalizzazioni: se nel 2005 sotto controllo statale c’era solamente il 18,5% dell’economia, sotto la presidenza Morales lo Stato è arrivato a controllare il 34% dell’economia.

La locomotiva dei BRICS
La banca statunitense Citibank ha previsto che nel 2013 il Brasile sarà la quinta economia al mondo. Nel 2012 il Paese latinoamericano si è fermato al settimo posto, ma le previsioni dicono che nel 2013 dovrebbe superare Regno Unito (attualmente al sesto posto) e Francia (attualmente al quinto posto), mentre la Cina sembra destinata a diventare la prima economia mondiale.

Il governo di Dilma Rousseff ha annunciato nuovi investimenti da parte di aziende statali ed enti pubblici e ha messo in campo una serie di incentivi alle imprese, al settore ferroviario e aeroportuale, oltre a una riduzione della tariffa dell’energia.

Il quinto incontro dei leader del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) si è svolto a Durban, in Sud Africa, il 26 e 27 marzo 2013. È stato deciso di intensificare le relazioni con l’Africa e di rafforzare il sostegno nella costruzione di infrastrutture nel continente per contribuire al suo sviluppo e per aumentare e agevolare gli scambi con i Paesi del BRICS. I cinque hanno sottolineato anche la continua incertezza dovuta alla crisi dell’eurozona e confermato il loro impegno nella promozione di una crescita sostenibile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest

Share This