Ue, ricette suicide e attacco al welfare

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ROMA. Cinque pagine, ma di analisi serrata, allarme netto. E soprattutto di proposte concrete per contrastare «il più violento e decisivo attacco agli ultimi bastioni dello Stato sociale e all’Europa come soggetto politico». In calce, centosedici firme: 116 economisti di diverso orientamento e formazione, tutti attivi in università  e centri di ricerca in Italia e all’estero (ci sono anche due bocconiani, ma nessuno della Luiss confindustriale) che hanno deciso di uscire allo scoperto rivolgendosi direttamente al Governo, al Parlamento, ai rappresentanti italiani a Bruxelles, alle forze politiche e sindacali. E allo stesso Presidente della repubblica.
Il primo obbiettivo della «Lettera degli economisti» (www.letteradeglieconomisti.it) presentata a Roma da Antonella Stirati, Riccardo Realfonzo e Emiliano Brancaccio è aprire su questi temi un confronto, quel «che ancora non trova spazio nel dibattito politico». La Lettera propone una interpretazione alternativa della crisi economica. E individua gli «squilibri in seno nella zona euro» principalmente come prodotti «dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei paesi membri».
Tradotto, significa in primo luogo che la politica dei tagli «abbatte la domanda e deprime i redditi, peggiorando le condizioni della finanza pubblica e alimentando ulteriormente la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione» (oggi estremamente attiva sui mercati dei titoli di Stato). In secondo luogo, poi, vuol dire che puntare il dito – come fanno tutti – sulla Grecia e gli altri «Pigs» (Portogallo, Spagna, Italia), è fuorviante. Sul banco degli imputati viene invece chiamata la Germania, che da anni pratica una politica «orientata al contenimento dei salari, della domanda e delle importazioni e alla penetrazione nei mercati esteri» causando gravi difficoltà  ai paesi partner dell’Unione. «La prova del fallimento degli assunti di Maastricht», sottolinea Realfonzo, rispetto alle capacità  del libero mercato di creare equilibrio.
Se si continua con le politiche di austerità , alcuni «paesi – si legge nella Lettera – potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori dell’Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di attuare politiche nazionali autonome in difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione». La critica agli errori analitici degli economisti liberisti e all’operato del governo italiano è molto netta. Soprattutto sui temi del lavoro. L’alternativa da mettere in campo subito consiste nell’«imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite il rafforzamento di contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione». In questo senso, la vicenda della Fiat di Pomigliano è emblematica: «rinchiuderla all’abito esclusivamente sindacale è una scelta perdente – avverte Brancaccio – bisogna piuttosto sottolineare come l’amministratore delegato della Fiat non dovrebbe assolutamente poter decidere della localizzazione degli stabilimenti senza confrontarsi col potere politico». Come per altro è appena successo in Francia e Germania, solo per restare in Europa. Il riferimento all’articolo 41 della Costituzione – per tornare dalle nostre parti – e al valore sociale dell’impresa è evidente. In queste condizioni, il referendum a Pomigliano sembra decisamente una «partita truccata». E lo stesso segretario della Uilm Rocco Palombella, ieri sera, poco dopo la firma, ha parlato dell’accordo come di «un ricatto».
«La preferenza per la cosiddetta austerità  – si legge nella Lettera – rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa». Non occorre essere economisti per comprendere come e quanto, ad esempio, le politiche di austerità  comprimano le entrate fiscali. I numeri più recenti lo provano: nei primi 4 mesi del 2010: -1,2% (per il governo) e -1,8% secondo Bankitalia. Mentre il debito pubblico è ai massimi di sempre. Lo spettro evocato per spiegare dove si potrebbe andare a finire, se non si prendono provvedimenti urgenti, è quello dell’annus horribilis per eccellenza: il 1992. L’anno dell’esplosione di Tangentopoli, delle stragi di mafia, del direttore del Tesoro Mario Draghi sul Britannia a contrattare le «privatizzazioni». E del governo di Giuliano Amato, che varò una manovra economica di oltre 120 mila miliardi delle vecchie lire. «Sacrifici necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione», si disse allora. Gli italiani mandarono giù la pillola. E poco dopo furono massacrati dalla speculazione finanziaria, con la lira svalutata e fuori dal Sistema monetario europeo. E tutti «i gioielli di famiglia» venduti per un tozzo di pane. Anzi: per niente, visto che il debito pubblico è esattamente dove stava allora.


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