Dai comitati locali ai cyber-attivisti Identikit della protesta

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Di chi è la regia? Chi sono i leader? Il governo addita estremisti islamici e parla di complotto straniero. Gli attivisti negano, e spiegano invece che il coordinamento funziona su due livelli: il primo è quello, appunto, dei comitati, ovvero di gruppi di attivisti che mobilitano i manifestanti localmente, città  per città . Il dissidente siriano Ammar Abdulhamid, che vive in esilio a Washington, ha detto alla Bbc che, all’inizio, si trattava di una decina di attivisti che vivono in Siria; pian piano si sono «connessi» con altre persone all’interno del Paese, usando «reti» esistenti, tra cui quella delle moschee, ma non solo. Molti, secondo la Bbc, si dicono laici e non si identificano con i tradizionali gruppi e figure d’opposizione come la Fratellanza musulmana o Rifaat Assad, lo zio del presidente. L’altro livello è quello dell’esercito dei cyber-attivisti: non sono loro gli organizzatori, ma aiutano i comitati a condividere le informazioni. Parlandosi via Skype, passano giornate a confermare i dati su arresti, morti, proteste, e a inviare e-ma il in Siria, superando la censura. Malath Aumran è uno dei cyber-attivisti: il suo vero nome è Rami Nakhle, è uno studente 28enne di Scienze politiche. Al telefono da Beirut, dice al Corriere che le rivolte in Siria non hanno un leader, o meglio hanno «centinaia di leader» , e le paragona alle rivoluzioni in Egitto e in Tunisia. Nakhle dice di conoscere personalmente alcuni degli attivisti dei comitati. «Altri stanno diventando miei amici adesso» . Afferma che, anche se il governo punta sulle divisioni etniche e religiose «per metterci gli uni contro gli altri» , ci sono in realtà  anche diversi cristiani nei comitati. Il giovane «opera» sotto lo pseudonimo di Malath Aumran dal 2006: insieme ad alcuni amici, aveva lanciato un giornale online che denunciava la corruzione in Siria e aveva contatti con diversi dissidenti. Ha avviato anche una campagna e-ma il per insegnare agli attivisti ad evitare la censura usando i proxy. Lo scorso dicembre, la sua «copertura» è saltata ed è fuggito a Beirut, dove vive in un quartiere cristiano. Anche Wissam Tarif, attivista dei diritti umani, direttore della Ong Insan, citato spesso dai media internazionali, è attivo su Twitter. E la pagina Facebook «Syrian Revolution 2011» , con i suoi 120 mila fan, è un altro punto di collegamento, per diffondere notizie e condividere decine di filmati. Va detto che gli attivisti anti-regime non sono i soli a operare su Internet: nelle scorse settimane, molti account pro-regime hanno diffuso informazioni contrastanti e creavano «rumore» . Alcuni, secondo i manifestanti, sono direttamente controllati dall’intelligence siriana. Il «manifesto» lanciato ieri dai «comitati» elenca i loro obiettivi: dicono di mirare ad un sistema democratico di governo in Siria. «Le proteste per la libertà  crescono e si espandono in numeri sempre maggiori e in nuove aree -dice il manifesto -. E sta diventando necessario dichiarare in modo inequivocabile le richieste di questa rivoluzione, in modo da evitare di creare confusione e per impedire che altri parlino a nostro nome. La libertà  e la dignità  possono essere raggiunte attraverso manifestazioni pacifiche in Siria» .


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